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Omicidio Noce

Parla il padre di Stefania:
“Non è stato raptus di gelosia"

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femminicidio, pina ferraro, stefania noce, Cronaca
Catania. La cattiva informazione somma dolore al dolore. Non basta la sentenza di primo grado, che pure accerta la premeditazione, a placare il dispiacere della famiglia Noce/Miano. I genitori di Stefania, la studentessa uccisa (insieme al nonno) dall’ex fidanzato Loris Gagliano, hanno molti appunti da fare. In primo luogo all’indirizzo degli operatori dell’informazione che, troppo spesso, hanno effettuato ricostruzioni della vicenda false e fantasiose. Attraverso la mediazione della consulente di parte, Pina Ferraro, che li ha sostenuti con tenacia e competenza lungo tutto il doloroso percorso, psicologico e processuale, che hanno vissuto, raccontano a LiveSiciliaCatania tutta la loro delusione. Del resto, le parole non sono neutre, tutt’altro. Parlare di “delitto passionale” o di “femminicidio” fa una bella differenza, sia in termini culturali che di verità dei fatti. Ninni Noce ci tiene a dire la sua sulla sentenza. “Se questo fosse l’esito definitivo della sentenza io sarei soddisfatto. Dubito, però, che l’esito venga confermato”. “Mi preme dire, - dice Ninni Noce- visto che si parla di vite massacrate, che la stampa ci ha fortemente delusi, sin dalle prime battute. Si sono usati toni sensazionalistici per narrare la storia di Stefania, qualcuno ha speculato sulla tragedia, non nascondo di avere provato molto fastidio”. Il padre di Stefania fa qualche puntualizzazione. “Ad esempio, la sottolineatura che si trattava di “un ragazzo di buona famiglia”, da alcune ricostruzioni sembrava che Loris si fosse presentato a un appuntamento concordato mentre sappiamo, come è stato appurato, che possedeva dei doppioni di tutte le chiavi legati agli spazi legati a Stefania (macchine dei genitori incluse)”. “Qualcuno - prosegue- gli aveva pure attribuito il sabotaggio della macchina di mia figlia, peccato che lei non era nemmeno in possesso della patente di guida. Poi il raptus di gelosia davanti alla sentenza che parla di premeditazione. Da questo momento in poi, io e mia moglie, correremo ai ripari informando l’Ansa e facendo da filtro per contrastare le ricostruzioni fantasiose e false”. Poi è la volta di Pina Ferraro.

Come si sente di commentare la sentenza?

Occorre, in primo luogo, mettere ordine sui fatti concreti. La sentenza, non scontata, di ergastolo, riconosce la premeditazione. Questo è in totale contrasto con quanto detto da più parti. Non si è trattato dunque di un raptus di gelosia. C’è una difficoltà forte tra chi fa informazione a commentare con leggerezza e ignoranza un fenomeno complesso. E’ proprio questa forma di cattiva informazione che consente ancora a molte donne di rimanere nel maltrattamento e nella violenza. La cattiva informazione uccide due volte le donne.

Proviamo a ristabilire la verità.

Dal processo emergono, con chiarezza, alcuni fatti. Siamo ancora in attesa delle motivazioni della sentenza, abbiamo soltanto il dispositivo, per capire con chiarezza cosa ha spinto il giudice a riconoscere la premeditazione. In realtà, per noi, è tutto molto chiaro, avendo costruito e ricostruito più volte la storia, anche attraverso le consulenze di parte. L’aspetto rivoluzionario che caratterizza la sentenza (di cui vado molto orgogliosa) è che dentro un fascicolo giudiziario è entrato un concetto nuovo: quello del femminicidio. La battaglia culturale che portiamo avanti inizia a dare i primissimi frutti. Un altro segnale importante, legato al processo, è l’ammissione del centro antiviolenza Thamaia. L’ammissione al processo di un centro che lotta contro la violenza di genere è sintomatico di una ammissione, del riconoscimento della lesione di un diritto: del diritto di ogni donna a vivere senza violenza

Proviamo a spiegare, una volta e per tutte, il concetto di violenza di genere (ancora, ostico ai più)?

Io invito i giornalisti e le giornaliste a fare uno sforzo intellettivo. Cosa è la violenza di genere dovremmo saperlo tutti perché è stata definita già nel 1993 dall’Onu. l’ Italia negli anni ‘80 ha ratificato la convenzione Cedaw (dell’Onu) che chiama le cose con il loro nome. Lì si dice chiaramente che le donne, oggetto di violenza, vengono uccise perché esiste una disparità di potere tra i sessi. Quindi, dovremmo già saperlo. C’è troppa ignoranza, a dispetto dell’esistenza di normative e leggi. Penso alla legge sullo stalking, che pure andrebbe in parte rivista, dove cominciano a profilarsi parole nuove. Nella normativa si dice che le questure devono raccordarsi con i centri antiviolenza, c’è il riconoscimento della specificità di un fenomeno. Questo accorgimento, non è casuale, c’è perché i centri antiviolenza si battono da anni per il riconoscimento di una serie di fattispecie giuridiche e culturali. Le leggi sono importanti, è vero, ma non bastano, i tempi di cambiamento culturali sono, purtroppo, lentissimi. Basta pensare che ancora oggi si usano termini contraddittori e schizofrenici: come “delitto passionale”. Questo dimostra l’esistenza di una forte ignoranza, sia linguistica che concettuale. Se un organismo come l’Onu dice che la violenza di genere è una lesione dei diritti umani c’è poco altro da aggiungere. Quando l’anno scorso Rashida Manjoo, rappresentante dell’Onu, è venuta in visita in Italia per monitorare sull’applicazione della Cedaw, ha sentenziato che i femminicidi sono nel nostro Paese un “crimine di Stato”, questo ha un peso evidente. Lo dice un organismo internazionale serio, composto da esperti, e aggiunge pure che, non solo la strada è lunga, ma che siamo tornati indietro, così facendo dà una indicazione chiara.

Tornando al caso specifico, quali informazioni scorrette sono state diramate dai mezzi di informazione?

Abbiamo assistito con molta sofferenza, parlo a nome della famiglia, a gravi forme di disinformazione. Abbiamo fatto una rassegna stampa puntuale di tutti gli articoli usciti sulla sentenza. Abbiamo appurato che tutto è partito dall’Ansa. Abbiamo letto di una “sentenza di ergastolo per un raptus di gelosia”, un ossimoro. In presenza di un ergastolo e del riconoscimento della premeditazione, come possiamo affermare che si è trattato di un raptus? Un raptus, giuridicamente non qualifica la premeditazione, avrebbe prodotto un altro esito della sentenza.

Anche prima della sentenza, avevate segnalato una serie di errori nella ricostruzione del delitto. Li vuole ricordare?

Attraverso i media sono state veicolate, via via, una serie di inesattezze frutto di leggerezza. La storia di Stefania è una storia molto chiara che spezza degli stereotipi. E’ una storia a cui va restituita dignità. In primo luogo Stefania, a dispetto di quanto tanti hanno scritto, non era ancora fidanzata con Loris al momento del delitto. Cambia molto parlare di “ragazzo” o “ex ragazzo”, non è una sottigliezza. Tanto cambia anche a livello culturale. Vogliamo ammettere che ancora passa, sotto il livello della nostra coscienza, che quando una donna subisce maltrattamenti o (in casi estremi) viene uccisa in parte è anche un po’ colpa sua. Questa è una informazione che passa sotto il livello della coscienza. Quando veniva raccontato che Loris era appostato sotto casa di Stefania, come si fa ad affermare che si tratta di un raptus o di un gesto di gelosia? Gli elementi si conoscevano, abbiamo sempre detto come stavano le cose. Voglio ricordare che la violenza non è soltanto quella fisica, si trattava di una relazione maltrattante. Si è inoltre parlato, più volte, in maniera sconnessa di quello che è avvenuto in quella casa. Il ferimento della nonna di Stefania è stato considerato dai giudici “tentato omicidio” non ha senso, quindi, parlare di “ferite lievi” come abbiamo letto spesso sui giornali. Questo ragazzo ha praticamente commesso una strage. C’è stata troppa disattenzione da parte dei professionisti dell’informazione. Il problema grave è che siamo di fronte, ancora oggi, a un’ignoranza atavica che ha le basi nella nostra cultura che considera le donne dei soggetti deboli. Questo è l’elemento che passa dall’informazione. Non è così. Come ci sono gli esperti di cronaca nera, nello stesso identico modo, dovrebbe esistere una specializzazione su questi temi. Darla vinta a una certa cultura, che assegna alle donne esclusivamente un ruolo di cura, equivale a farci imporre l’dea che dovremmo prenderci cura di questi assassini.

Come si può intervenire?

L’elemento positivo, che spero inviti a riflettere, riguarda la recente approvazione di una legge regionale contro la violenza alle donne, lo considero un bel traguardo. Sono state stanziate delle somme da destinare ai centri anti violenza, alle case rifugio e alla formazione e sensibilizzazione di operatori e operatrici per il supporto alla rete antiviolenza. Bisognerebbe fare, però, uno sforzo ulteriore, siamo di fronte a fatti troppo quotidiani. Penso all’assistenza ai familiari delle donne uccise. Le famiglie delle vittime, infatti, cosa che i più non sanno, oltre a sopportare il peso psicologico, devono sobbarcarsi le spese economiche e districarsi su mille problemi burocratici. L’ideale sarebbe istituire un fondo (simile a quello per l’usura) da destinare a casi in cui c’è la necessità di supportare le famiglie. Un modo per non abbandonare queste persone che si trovano a perdere un affetto caro e a vivere situazioni di enormi difficoltà concrete, come la casa sotto sequestro per lunghissimi mesi per le indagini, l’impossibilità di utilizzare le auto, come nel caso della famiglia Noce. E’ difficilissimo gestire un lutto e contemporaneamente una serie di difficoltà materiali nella vita quotidiana.

 

 

 

 


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