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“Mafia da legare”,
Cosa Nostra usa la “follia”


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Laura Galesi



CATANIA - Mafia da legare nasce da un'idea mia e del mio coautore, Corrado De Rosa che è uno psichiatra forense e si arricchisce della prefazione dell'ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Insieme, abbiamo cercato di scardinare anche gli ultimi tratti del codice d'onore di cosa nostra: l'essere tutto d'un pezzo, dare l'immagine di una onorabilità antica e quasi gattopardiana del mafioso isolano. Infatti, nel codice d'onore di Cosa nostra non c'è spazio per la follia. Per il mafioso pazzo è un insulto. Ve lo immaginate Matteo Messina Denaro che chiede una perizia psichiatrica perchè è fuori di testa? Impossibile, ma può accadere.

In molti casi, che noi abbiamo raccontato infatti, i mafiosi sono pronti a trasformarsi, per convenienza, in un matto da manuale: un escamotage per arrivare alla villeggiatura del manicomio, agli arresti domiciliari o per screditare nemici e traditori. Chiaramente tutto è possibile anche grazie a finte perizie elaborate da professionisti corrotti che, oltre a garantire false diagnosi, riescono a spiegare ai boss, quali sono le tecniche per fingere una depressione, fino alla psicopatia reale e feroce dei criminali sanguinari tale da fargli evitare i processi o addirittura eludere il carcere. Se i boss siciliani si fingono pazzi vuol dire che agli uomini d'onore la follia fa comodo. Non c'è processo di mafia in cui qualcuno, prima o poi, non abbia tirato fuori la pazzia. Dal processo di Viterbo, il primo processo di Camorra degli inizi del Novecento, passando per i Maxiprocesso di Falcone e Borsellino e per quelli sulle stragi, fino al processo Spartacus o a quelli in cui i mafiosi tirano in ballo i politici della prima Repubblica. Ci siamo chiesti perchè a un certo punto di un processo uno si alza in piedi e dà di matto?

Tra i tanti personaggi di cui scrivi, quale storia ti ha colpito ?

Nel nostro libro raccontiamo personaggi che, per le loro performance, diventano ironici, grotteschi e quasi matti da manuale. Mentre, in realtà parliamo di boss che hanno governato gli affari delle diverse province siciliane e si sono macchiati di stragi sanguinarie. Già Giovanni Falcone, per spiegare il muro di omertà degli uomini d'onore, diceva: “C'è il mafioso che si barrica in cella. Quello che si finge pazzo. Quello che è costretto dalla mafia a fingersi pazzo. Quello strafottente che si autodefinisce sequestrato”. E Tommaso Buscetta aveva raccontato che già ai suoi tempi era prassi consolidata lasciarsi andare a rappresentazioni grottesche della follia per sfuggire a una condanna di morta da parte dei boss. Don Masino, però, considerava questa usanza come un segno della degenerazione dei valori morali che lui stesso attribuiva a Cosa nostra. Forse Buscetta non sapeva che 15 anni prima Leonardo Vitale, mentre spiegava ai magistrati l'organizzazione di Cosa nostra, aveva fatto i nomi di professionisti amici. Nel 1987, dopo la prima sentenza do condanna del Maxiprocesso di Palermo, circa 40 boss ottengono i domiciliari per motivi di salute. Naturalmente, quando i boss ingoiano chiodi a testa in giù e li rivestono di chewing-gum per non perforare la parete dello stomaco, o quando si producono tagli superficiali per impressionare gli interlocutori, non hanno nessuna intenzione di uccidersi, ma solo modificare l'esito dei processi. I clan, s'insinuano dentro i punti deboli della giurisprudenza e della psichiatria. Spesso, naturalmente, sfruttano la pressione psicologica, Ci sono infatti, anche medici morti per la propria onestà come Paolo Giaccone. Nel libro raccontiamo le pseudomalattie di Binnu Provenzano, i paradossi di Totò Riina incapace di partecipare ai processi per una grave forma di Parkinson fino a quando, una sentenza dichiara il contadino di Corleone in grado di intendere e di volere. Primeggia poi il basista di Capaci Giovanni Battaglia, e ancora il depistatore per eccellenza Vincenzo Scarantino, passando per la psicopatia dei Marchese e la disabilità di Balduccio Di Maggio e Silvio Balsamo. Quest'ultimo morto nella clinica Montecatone in Emilia Romagna per un finto suicidio, beccato dalla guardia di finanza a ballare la makarena, mentre era costretto su una sedia a rotelle. Poi ancora il pazzo miracolato alias Agostino Badalamenti, Nino Santapaola che ammazza al sabato, Angelo Bottaro che scopre la fede e nelle aule di tribunale benedice avvocati e giudici. Tante storie che non tralasciano Barcellona Pozzo di Gotto e del suo Opg, dove una indagine della magistratura ha già dimostrato come: dal 1979 al 1983 l'ingresso a Barcellona sembra troppo facile per i mafiosi. Direttore e vice sono rinviati a giudizio, insieme con gli altri indagati. L'accusa: interesse privto in atti di ufficio e certificati falsi. I medici sono accusati di avere consentito trasferimenti strategici ai detenuti e di averli fatti soggiornare tra vestaglie di seta, champagne e aragoste.

Cosa significa scrivere di mafia ?

Scrivere di mafia oggi, significa sicuramente, volere fotografare diversi aspetti della nostra terra e non solo. Vuol dire fare emergere i connubi tra organizzazioni criminali, imprenditoria e politica. L'inchiesta Iblis è un esempio calzante di come le mafie riescono a relazionarsi in maniera viscerale con la politica e l'imprenditoria colluse. Spesso, come accaduto a nostri colleghi, raccontare vuol dire anche mettere in discussione un sistema collaudato e rischiare la propria vita. Quello che, tutti, io per prima dovremmo imparare a fare invece, è raccontare storie positive. Per una volta dare spazio anche a coloro che riescono a fare parlare di sé per piccole rivoluzioni personali. Politici, sindaci, magistrati che non ci stanno a seguire i dettami mafiosi, piuttosto che imprenditori che alle mafie dicono no e per questo vengono espulsi dal mercato. Io credo che, parlare di mafia oggi vuol dire anche raccontare l'antimafia.

Quando sarà la presentazione a Catania?

A Catania la data non è ancora ufficiale, ma saremo i primi di maggio. Mentre, a Palermo saremo il 16 e il 18 maggio.

 


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