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L'INTERVISTA SUL MENSILE S

Scuto: "Io, vittima della mafia"


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La prima volta venne arrestato nel 2001. Il “re dei supermercati” Sebastiano (Nello) Scuto è accusato di aver intrattenuto “rapporti costanti” col clan Laudani, meglio noti come “mussi i ficurinia” e di aver riciclato i capitali mafiosi nella sua attività commerciale. Non solo: venne chiamato a rispondere anche di concorso in omicidio per la morte di Salvatore Aiello, un estorsore del clan Sciuto-Tigna ucciso dopo aver chiesto il pizzo ad uno dei suoi punti vendita. Per quest’ultima accusa è stato assolto, ma resta ancora sotto processo per il reato di concorso in associazione mafiosa.

Dopo un violento scontro all’interno della procura di Catania, da cui nacque il cosiddetto “caso Catania”, l’inchiesta su Scuto venne avocata dalla procura generale ed è questo il motivo per cui nel processo di primo grado il pubblico ministero è il sostituto procuratore generale Gaetano Siscaro. Scuto deve rispondere anche di concorso in abuso d’ufficio per la vicenda della strada realizzata nei pressi del centro commerciale Le Zagare. Per quest’accusa il reato è già caduto in prescrizione. Di recente la procura di Catania ha chiesto un nuovo rinvio a giudizio nei confronti di Scuto perché trovato alla guida di un’auto della sua ditta, l’Aligrup, che è in amministrazione controllata.

L’impero economico del “re dei supermercati”con decine di punti vendita sotto le insegne del marchio Despar quest’anno potrebbe sfiorare un fatturato di 400 milioni di euro. Scuto ha accettato di parlare delle sue vicende giudiziarie, comprese le nuove accuse che lo riguardano nell’ambito delle inchieste palermitane sempre sui supermercati con marchio Despar. Ecco come ha risposto alle nostre domande.

Può dire lei chi è Sebastiano Scuto?

“Ho ereditato l’attività commerciale da mio nonno e da mio padre. Quando nel ‘67 mio padre mi affidò l’azienda avevo un sogno che fino ad un certo punto sono riuscito a portare avanti: far sì che della Sicilia si parlasse in positivo. Nel 1970 sono entrato in Despar e sono stato sempre nel comitato direttivo e in quel contesto tutti parlavano benissimo della Sicilia. Per anni sono stato al centro della scena imprenditoriale italiana. Andavo regolarmente a Cernobbio e i miei amici sono gente come Coin o Zonin. Ancora oggi vengono a salutarmi e sono venuti a testimoniare al mio processo. Sono riuscito a creare la più grossa ditta individuale da Roma in giù e per me era il modo migliore per contribuire a far crescere la Sicilia”.

Che consistenza aveva e ha la sua azienda?

“Nel '77 fatturava 8 miliardi e rotti. Come azienda familiare era la più grossa in tutta la Sicilia nel campo alimentare. Nel '91-'93, periodo in cui si dice che ci sono state le infiltrazione mafiose, facevo 200 miliardi di lire di fatturato. Quando l’ho lasciata fatturava 400 miliardi. E oggi che è in mano ai commissari penso sfiorerà gli 800 miliardi sempre di vecchie lire. È stata una crescita normale e costante nel tempo”.

Da 7 anni l’Aligrup è in amministrazione controllata. Ma è possibile in una realtà ad alta densità mafiosa come Catania riuscire a crescere in questo modo senza il placet delle cosche?

“Io posso dire che sono stato sotto estorsione dal '76 in poi. In pratica da sempre. Ho denunciato gli estorsori e sono stato a lungo anche sotto scorta. Quando nel '97 i sostituti Caponcello, Fonzo e Santonocito me l’hanno chiesto io ho detto a chi davo i soldi, da quanto tempo glieli davo e come li versavo. Mi ricordo che il dottor Caponcello mi disse: 'Le assegno un maresciallo dei carabinieri che deve seguirla perché non vorrei trovarlo dietro un muro'. Forse l’avete dimenticato ma sono stato io a denunciare le estorsioni al punto vendita di Bronte e poi quella in via Verona a Catania, dove ho subito anche un incendio”.

Eppure lei è sotto processo non come vittima ma come complice della mafia.

“Non lo dico io che sono vittima, lo dicono i fatti. Anche i carabinieri in servizio a San Giovanni La Punta dal '76 al '94 hanno dichiarato durante il processo che io ero sotto estorsione e loro sapevano che ero sotto estorsione”.

E a chi erano riconducibili queste estorsioni?

“Al clan Laudani. Quando nel '93 volevano rapire mio figlio io da un milione al mese che pagavo prima ho cominciato a pagare cinque milioni al mese. Perché ho avuto paura, non ero tranquillo. Per 6 mesi non si presentò più nessuno. Poi nell’estate del '93 si presentò Carmelo Rizzo, che io conoscevo come costruttore edile ed invece apparteneva al clan Laudani. Arrivò in compagnia di un certo Alfio Giuffrida di Viagrande che mi pare chiamassero 'Alfio a pipa' (Giuffrida è uno noto esponente del clan Laudani oggi pentito, ndr). Rizzo mi disse: 'Un milione al mese non ci basta più, tu sei cresciuto e ci devi dare cinque milioni al mese'”.

E lei denunciò che Rizzo e Giuffrida erano venuti a chiederle l’aumento del pizzo?

“Non li denunciai ma i carabinieri sapevano già che ero sotto estorsione. Parlai col maresciallo dei carabinieri di San Giovanni La Punta ma per iscritto non ho mai messo nulla. Anche nel '76, quando volevano uccidere mio figlio di un anno, io sono stato dai carabinieri ma non ho fatto nulla per iscritto”.

E perché?

“Perché loro non me l’hanno chiesto”.

Ma è possibile che i carabinieri non glielo chiedessero e che comunque non facessero almeno un rapporto su una cosa così grave?

“I carabinieri di San Giovanni La Punta mi dissero: 'È una cosa troppo grande per noi, lei deve andare al comando provinciale'. Io andai a piazza Verga dove all’epoca c’era il colonnello Serafino Licata il quale mi assegnò per sei mesi il maresciallo Martino che mi seguiva assieme ad una squadra dei lupi”.

Quindi fu formalizzata una denuncia o ci fu almeno una relazione di servizio?

“Non lo so, comunque io non ho mai firmato nulla. Io ho fatto sempre così”.

Ma le pare normale per episodi di tale gravità non presentare neanche una denuncia?

“Io per iscritto non ho mai fatto nulla, ne ho sempre parlato verbalmente. Ma ne parlavo sempre con i carabinieri. Perché loro non mi chiedevano di firmare nulla o se loro hanno scritto qualcosa io non lo so”.

Per quanti anni gli esponenti del clan Laudani sono venuti a ritirare il pizzo dalla sua azienda?

“Sempre. Trenta, trentacinque. Dal '76 in poi. Sempre un milione al mese fino al '93. Dal '93 in poi, dopo la visita di Rizzo e Giuffrida, gli davo 30 milioni a Pasqua e 30 a Natale, l’equivalente di 5 milioni al mese. Più in occasione delle feste venivano a prendersi delle cassette regalo”.

Mi scusi ma per tutti questi anni gli estorsori continuavano regolarmente a ritirare il pizzo, lo sapevano i carabinieri e non succedeva nulla, nessuno li arrestava? Si rende conto che si tratta di una cosa assurda?

“Se non mi credete andatevi a risentire su Radio Radicale quel che hanno dichiarato al mio processo i carabinieri di San Giovanni La Punta. Hanno confermato tutto: 'Certo che lo sapevamo che Scuto pagava il pizzo'. Le aggiungo di più: mi dicevano 'ma per lei un milione al mese, che cazzo sono, glieli dia e stiamo tutti in pace'”.

Quindi i carabinieri avallavano questa situazione e facevano finta di nulla?

“Ma era normale a quei tempi. Non è come oggi che c’è uno spirito totalmente diverso nell’affrontare la mafia. Oggi non si è più soli e io ne sono contento”

Si rende conto della gravità di quel che dice?

“Durante il processo anche il procuratore generale ha detto ai carabinieri: 'Vi denunciamo'. E i due marescialli hanno risposto: 'Stiamo parlando perché siamo in pensione e sono passati 20 anni. Altrimenti non avremmo parlato'”.

Ma anche lei, che in trent’anni non ha mai ritenuto di dover formalizzare una denuncia, non ritiene strano il suo comportamento?

“Ma se l’avevo detto a tutti cosa dovevo fare?”.

Dunque per lei era normale tutto ciò?

“Scusi nel '76 volevano uccidere mio figlio di un anno. Cosa dovevo fare quando i carabinieri mi dicevano: 'Abbiamo solo 4 persone di cui due debbono fare i piantoni'? E poi aggiungevano: 'Che aiuto possiamo darle?'. All’epoca non ero garantito da nessuno. Poi nel '97 quando i pm mi hanno chiesto se pagavo io ho detto sì ed ho fatto tutti i nomi e cognomi”.

Prima di Rizzo chi veniva a riscuotere?

“Non lo so. La mia segretaria lasciava il milione al portiere e all’inizio del mese veniva qualcuno a ritirarlo. Non ho mai visto chi. Io ho cominciato a sapere chi veniva a riscuotere dal '93 quando si è presentato Carmelo Rizzo”

E con i capi del clan Laudani ha mai avuto rapporti?

“Nessun contatto. Tranne nel '76: ho parlato con una persona che ho saputo dopo essere Gaetano Laudani (ucciso nella guerra di mafia degli anni '90, ndr). Dopo che mi era stato assegnato il maresciallo Martino e per sei mesi non era successo nulla. Dopo mi ha incontrato questo Laudani e mi ha detto: 'Lei ha dei problemi che noi siamo in grado di risolvere versando un milione al mese'”.

Eppure lei è accusato di aver “finanziato Cosa Nostra in maniera continuativa e di aver riciclato i soldi del clan Laudani”.

“Chi dice ciò sconosce la mia storia. La mia situazione era già floridissima. Io sono figlio di Salvatore Scuto che stava già benissimo e poi ho sposato la figlia di Michele Spina, il più grosso imprenditore agrumicolo che esisteva in Sicilia”.

Ma proprio per la consistenza del suo impero economico non le pare poco pagare un milione al mese?

“Innanzitutto loro non conoscevano certo il fatturato della mia azienda, ma poi senza fare nomi i miei colleghi all’epoca pagavano la stessa cifra. E poi un milione nel '76 era tanto”.

 

Sì, ma negli stessi anni le estorsioni ai danni di grandi gruppi come La Rinascente si concretizzavano con l’imposizione di forniture come i trasporti, le forniture di ortofrutta oppure i latticini di Salvatore Tuccio, meglio noto come Turi di l’ova. È possibile che a lei non abbiamo mai imposto nulla?

“Vero. Turi di l’ova venne anche da me a dirmi: 'Dovete prendere questi prodotti'. Gli dissi che io di acquisti non mi occupavo e lo feci parlare col responsabile. Lui ne parlò, lo minacciò e poi il responsabile mi chiese: 'Che faccio?'. Io gli dissi: 'Teniamolo a bada, trattiamogli due, tre prodotti'”.

Dunque Turi di l’ova entrò anche nella sua azienda?

“Sì, ma cosa faceva? Lo 0,01 del fatturato. Lei deve capire che io non volevo lo scontro frontale. E non ho avuto solo questo, soprattutto mi è stata imposta la fornitura di carne”.

Che era dei Laudani?

“E lo sapevano tutti. La carne me la dovevo prendere da loro obbligatoriamente. E io ai carabinieri lo dicevo. E l’imposizione della carne era la cosa più pesante”.

Dunque non era solo il milione al mese?

“Certo, anche se cercai pian piano di allontanarli. Ma c’era anche il pane di un certo Catalano di San Giorgio, sempre del gruppo Laudani. Io consumavano una gran quantità di pane. Ma l’ho fatto entrare solo in 3 dei miei 40 punti vendita. Questo per spiegare qual era la mia filosofia”.

Cercava cioè di non inimicarsi nessuno?

“Ma certo e ci sono intercettazioni in cui lo stesso Catalano lo grida ai suoi: 'Questo ci sta prendendo per il culo'. Io cercavo in tutti i modi di tenerli il più lontano possibile, salvaguardando la mia vita”.

Ma perché con tutti i guai che aveva a Catania ad un certo punto decide di investire a Palermo per il centro commerciale Olimpo su cui ruota un’altra inchiesta della magistratura?

“Io a Palermo non ci sono mai andato perché sapevo che mi sarebbe successo qualcosa. Era la Despar di Milano che apriva a Palermo, non io”.

Mi vuol dire che col centro Olimpo non c’entra niente?

“Assolutamente”.

E allora la società K&K che avete creato con Alfonso ed Enzo Milazzo?

“Era K&K che apriva, non io. Io non ho ricevuto mai una telefonata estorsiva perché non sono mai andato a Palermo. Io a Palermo ho delegato tutto e poi hanno aperto solo gli amministratori”.

Ma a livello societario lei era dentro all’affare del centro Olimpo. Perché, se allo stesso tempo sostiene che aveva paura a mettere piede a Palermo?

“La questione è molto semplice. Catania è ormai piena di negozi e centri commerciali. La nostra società di marketing ci diceva che in Sicilia restavano poche zone libere e tra queste Palermo. Nel nostro settore è come avere la bicicletta: per andare avanti bisogna sempre pedalare. Lo sviluppo è un obbligo commerciale”.

E dunque conferma che lei aveva interessi anche su Palermo?

“Sì, ma non ho mai avuto rapporti con nessuno, non ho assunto una sola persona, non ho fatto nulla. Il mio rapporto si è esaurito nel rapporto societario con K&K”.

In cui era socio con Milazzo, il cui nome e numero di telefono sono stati trovati nel covo dei Lo Piccolo.

“Ma Milazzo era l’amministratore di Sivad, di Rinascente, era uno che conosceva il settore in modo eccezionale. Chi poteva pensare allo sviluppo su Palermo se non lui?”.

Ma questo dimostra che lei ha avuto la consapevolezza di entrare sulla piazza di Palermo.

 

“Commercialmente parlando era necessario aprire ma la gestione è stata affidata ad un socio che sta a Palermo. Meglio di Milazzo sulla piazza non c’era nessuno. Scuto non c’entra nulla, non ha mai fatto un'assunzione, un colloquio”.

Sì, ma lei che sa cos’è la piazza di Palermo, che viene fuori da 30 anni di estorsioni, non si è posto il problema che bisognava fare i conti con qualcuno?

“Me lo sono posto, tanto è vero che a Palermo non ci ho mai messo piede. A Palermo ci sono stato in tutto 3 volte. Debbo comunque dire che Milazzo appena ha subito le prime minacce ha subito denunciato”.

È possibile che lei non sapesse nulla di assunzioni come quella di Giuseppe Micalizzi, nipote del boss Saro Riccobono?

“Chi pensa una cosa del genere è falso e scorretto. Io Micalizzi non l’ho mai assunto. E poi bisogna chiarire che Olimpo è un centro commerciale che non può assumere nessuno”.

E allora chi l’ha assunto?

“Lo ha assunto Center Gross, che è uno dei tanti negozi presenti all’interno. E invece qualcuno ancora va dicendo che l’ho assunto io. Hanno anche scritto che ho assunto la nipote di Riina. Io non ho assunto nessuno, non sono mai stato e non ho avuto contatti con Palermo. C’è anche una perizia fatta da Genchi che lo conferma: non c’è stato mai un mio contatto con persone assunte o da assumere a Palermo”.

Lei conosceva già Giuseppe Grigoli?

“Con Grigoli non ho mai avuto alcun rapporto. Tra di noi ci vedevamo solo in occasione degli auguri di Natale. L’avrò visto due o tre volte”.

Sapeva o sospettava di suoi rapporti con la mafia visto che è indicato addirittura come un prestanome del boss Matteo Messina Denaro?

“Personalmente no e comunque non c'è nulla che conduca alla Despar Catania. Non c’è nulla in comune tra Palermo e Catania. Tra l’altro voglio dire che da quel pizzino che mi hanno fatto vedere i carabinieri Grigoli è accusato di aver accettato per ogni apertura di supermercato il pagamento di 20 mila euro più due assunzioni. Io non voglio giudicare nessuno, ma da questo mi pare che si tratti di un’estorsione. Poi se Grigoli ha fatto qualcos’altro di grave questi sono cavoli suoi. Ma dai documenti che ho visto ho dei dubbi”.

Lei dice di averlo incontrato solo due volte. Eppure con Grigoli nel 2000 aveva una società, la Unica, che si occupava proprio di formazione dei dipendenti.

“La Unica è una società per la selezione del personale. Ma io non ho alcuna società. Piuttosto è stata Unica a scegliere sei grossisti del Sud. Successivamente due, io e quello di Messina, hanno continuato a lavorarci, altri no”

Ma perché da più parti, persino in commissione antimafia, si parla del marchio Despar come una centrale di riciclaggio di denaro della mafia?

“Per distruggere Scuto e quegli imprenditori che in Sicilia cercano di sollevarsi un po’. Noi siciliani siamo autolesionisti e tendiamo a distruggere tutto ciò che si alza dalla mediocrità. Io mi ero alzato dalla mediocrità, ho creato un’azienda che era sulla bocca di tutti. Io sono amico di Zamparini, Zonin, Coin, Barilla. Ero arrivato ad un’altezza tale che bisognava distruggermi perché volavo troppo in alto. Io so che la mia tragedia è cominciata quando Zamparini, nel ’99, nel corso di una riunione a Milano, mi voleva cedere i suoi ipermercati in Sicilia. Eravamo io e Rinascente. Già allora qualcuno mi disse: 'Vedi che ora ti cominceranno i guai'. Sei mesi dopo sono stato arrestato”.

E chi acquistò i supermercati di Zamparini?

“La Rinascente”.

Ma sono tanti i pentiti a parlare dei rapporti tra Despar e la mafia.

“Nessuno dei pentiti ha mai parlato della Despar di Catania. Quello che dicono di Grigoli non mi interessa”.

Facciamo un passo indietro: ha mai conosciuto Salvatore Aiello, l’esattore ucciso per un’estorsione nei suoi confronti?

“Mai visto. Era il centralinista che dava mensilmente la busta col denaro”.

Non sa se qualche volta era venuto questo Aiello a riscuotere per conto di un altro clan?

“Assolutamente no. Non erano contatti che tenevo io. All’epoca io avevo tre segretarie che mi selezionavano gli appuntamenti”.

Per lei è si profila un’assoluzione per prescrizione del reato sulla vicenda della strada realizzata per favorire il centro commerciale Le Zagare.

“Per prescrizione non voglio essere assolto, altrimenti cambio gli avvocati. È stato il pm a chiederlo, ma noi non lo accetteremo. Devo essere assolto con formula piena perché con la strada non c’entro niente”.

Ma obiettivamente quella strada è stata un bel regalo.

“E perché? Ora la vogliono anche allargare e io gli ho detto non vi arrischiate! Forse nessuno sa che io lì avevo un supermercato sin dal '93 e dal 1988 un centro commerciale dove entravano e uscivano centinaia di camion al giorno”.

Mi vuol dire che quella strada è stata ininfluente?

“A dire ininfluente sarei un pazzo. Sicuramente ha migliorato la viabilità ma nei miei punti vendita si poteva arrivare comunque”.

Quali erano i suoi rapporti con l’allora sindaco di San Giovanni La Punta, Santo Trovato, che realizzò la strada?

“Io gli ho sempre dato del tu perché era un mio ex dipendente. Lui mi ha sempre dato del lei perché ero il suo ex titolare. Andavamo qualche volta a caccia assieme col notaio Portale. E basta”.

Il fatto che fosse un suo ex dipendente non le sembra possa autorizzare cattivi pensieri?

“Alle persone ignoranti sì. A San Giovanni La Punta oggi ho 1.800 dipendenti. In tutta la mia vita ho avuto rapporti con circa 3 mila dipendenti. Lei pensa che in questo comune possa esserci qualcuno che non ha avuto rapporti con Nello Scuto? Praticamente tutti”.

Nel '93, quando il Comune di San Giovanni La Punta venne sciolto per mafia, uno dei commissari, il prefetto Scammacca, la chiamò a collaborare con la commissione prefettizia. È vero?

“Visto che i commissari – tre, non uno - chiamati a gestire il Comune non avevano rapporti con nessuno a San Giovanni La Punta istituirono una commissione di probiviri in cui c’erano ufficiali dei carabinieri, avvocati e c’ero anch’io. Persone come Scuto in paese ce n’erano poche. Ma io avrò partecipato solo ad una riunione”.

Lei non aveva rapporti con Scammacca?

“Assolutamente no. Mai conosciuto o saputo chi era”.

Del cosiddetto “caso Catania” che idea si è fatta?

“Non posso parlare perché parlerei del processo ma un giorno farò una dichiarazione molto pesante”.

Perché non ora?

“Posso solo dire che il caso Scuto, non il caso Catania, doveva essere strumentalizzato per ottenere altri fini su cui non voglio rispondere”

Era a conoscenza delle vicende di Carmelo Rizzo e di compravendite di villette?

“No. Io lo conoscevo come imprenditore edile perché mi aveva venduto un immobile. Poi nel '93 ho scoperto che era del clan Laudani”.

Quali sono i suoi rapporti con Michele Spina?

“È mio nipote ma non ho alcun contatto”.

Eppure insieme avevate creato una società, la Primal, che ha partecipato alle gare per le sale bingo. Anche lì ci sono soldi suoi?

“Se ci vogliamo fare delle risate ce le facciamo. La Primal era una società che si occupava di supermercati. Io me ne sono uscito e lui ha continuato l’attività da solo. Non so nulla di sale da gioco”.

Recentemente lei è stato pizzicato con 15 mila euro ed un’auto dell’Aligrup. Per questo episodio il pm ha già chiesto un nuovo rinvio a giudizio.

“Purtroppo la polizia ha fatto un’informativa sbagliata successivamente corretta. Quei soldi mi servivano per pagare un ricovero a Milano”.

Sì, ma la macchina dell’Aligrup non poteva averla.

“Questa è stata una cazzata della persona che me l’ha prestata perché in quel momento la mia auto era guasta”.

Ma è anche indicativo del fatto che lei continua a tenere contatti con un’azienda sotto sequestro.

“Ma che dice? Non posso neanche entrare in nessuno dei punti vendita che ho creato! Vada a chiedere in giro. Si figuri che io vado con mia moglie a fare la spesa alle Zagare ma sono costretto a restare fuori. Non entro neanche nel parcheggio. Faccio scendere mia moglie, io vado a fare una passeggiata ai Portali e quando lei finisce vado a riprenderla. Forse è la tortura più grossa che mi sia stata inflitta, oppure è meglio così. Magari se entrassi dentro e vedessi qualcosa che non mi convince comincerei a fare casino”.

Perché mette in dubbio la gestione dei commissari?

“Sono delle persone stimabilissime. Ma purtroppo per i professori universitari due più due deve fare quattro. Per un imprenditore se due più due fa quattro sta facendo solo il ragioniere. Due più due può fare zero ma in genere deve fare sei o sette. In un momento di crisi come questo la mancanza dell’imprenditore distrugge qualsiasi azienda. Oggi bisogna intervenire tempestivamente e non dopo sei mesi come fanno i commissari”.

Quali sono i suoi rapporti con la politica?

“La odio. Negli ultimi 4 anni non ho mai votato. Anche se sono sempre stato di centro. Una persona che mi fa simpatia è Nello Musumeci, ma non l’ho mai votato perché è di destra nonostante sia un mio carissimo amico”.

Secondo lei oggi si continua a pagare il pizzo?

“So ma non rispondo”.

Che vuol dire: so ma non rispondo? Fa l’omertoso?

“Basta parlare con i rappresentanti dell’associazione commercianti”.

Dunque si paga ancora?

“A Catania il 90%. E io ho anche fatto una mia proposta in merito. Se si vuole avere successo nelle denunce bisogna farle in forma anonima. Non si deve dire l’imprenditore ha collaborato e mettere anche la foto sul giornale. È pazzia pura”.

Perché le è improvvisamente venuta tutta questa voglia di parlare?

“Forse per il mio carattere anche se i miei avvocati me lo sconsigliano. Purtroppo mi restano pochi mesi di vita perché non sto bene. Secondo qualcuno non arriverò a fine anno, in qualsiasi momento sono a rischio. Mi conforta avere tanti amici e so che se decidessi di organizzare ancora oggi una manifestazione davanti al tribunale almeno 30 mila persone le raccoglierei. E poi sfiderei a vedere se tra queste ci sono delinquenti. Nessuno si è mai chiesto perché su 3 mila persone da me assunte non è stato trovato un solo mafioso”.

In questo momento a Catania ci sono veri imprenditori?

“Imprenditori che rischiano i loro soldi ce ne sono veramente pochi. In giro ci sono invece moltissimi speculatori. Di imprenditori veri possono citare Arena, Pulvirenti, Abbate. Gente che rischia in prima persona”

E anche questi pagano il pizzo?

“Non lo so, non lo deve chiedere a me”.

Sì, ma qualcuno in quel famoso 90% che paga ci deve pur essere.

“Ma io non conosco i nomi”.


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