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Associazione mafiosa: Scuto condannato a 12 anni
Assolto il maresciallo dei carabinieri Orazio Castro


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Colpo di scena nel processo di Appello a carico di Sebastiano Scuto, il "re dei supermercati". La Corte ha disposto la condanna a 12 anni di reclusione e la confisca dei beni. Assolto invece il maresciallo dei Carabinieri Orazio Castro. Il legale Grasso a LivesiciliaCatania: "Pronti al ricorso in Cassazione".  

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CATANIA - Sebastiano Scuto, il re dei supermercati, fondatore dell'Aligrup, è stato condannato alla pena di 12 anni di reclusione. La sentenza della Corte d'appello accoglie, sostanzialmente, le richieste del Pg Gaetano Siscaro. L'imprenditore, secondo l'accusa, avrebbe "finanziato in modo continuativo" la 'famiglia' Laudani "in cambio di una duratura protezione" e "riciclato in attività economica legale ingenti proventi delle attività illecite della cosca". Per la Procura generale, Scuto, che ha 72 anni, avrebbe utilizzato amicizie con il clan per espandere il proprio "impero" commerciale nella grande distribuzione. La Corte d'appello ha ribaltato, in parte, la sentenza di primo grado, emessa il 16 aprile del 2010 dalla seconda sezione penale del Tribunale di Catania, che lo aveva assolto dall'accusa di avere gestito a Palermo centri commerciali in comune con i boss Bernardo Provenzano e i fratelli Lo Piccolo e dissequestrato tutti i beni dell'imprenditore, confiscandone "una quota ideale del 15%". I giudici di secondo grado lo hanno infatti riconosciuto colpevole di collegamenti con la mafia palermitana e disposto la confisca di tutti beni, nella misura in cui era stata decisa dal Gip in sede d'inchiesta. La difesa di Scuto ha sempre sostenuto che il 're dei supermercati' in Sicilia avrebbe agito da "vittima di estorsioni da parte delle mafia" e che "pagava il clan per evitare ritorsioni personali".

La sentenza, inoltre, dispone per "l'Aligrup spa il sequestro dell'intero capitale sociale di cui lo Scuto risulta titolare o di cui ha comunque la disponibilità per interposta persona (Michele Scuto e Rita Spina) nel territororio nazionale o al territorio all'estero ove si trovino. Disposto il sequestro 52 unità locali (negozio, supermercato) in cui viene svolta l'attività della società".

"I miei avvocati non vogliono che io parli di quello che è successo in questo processo. Qualcuno lo sa perché io sono in questo procedimento: per il 'caso Catania' e perché io non ho voluto parlare di persone che non conosco. E qualcuno mi voleva obbligare a parlare di persone che non conosco. Non posso più dire altro".

Lo ha detto l'imprenditore Sebastiano Scuto commentando la sentenza della Corte d'appello di Catania che lo ha condannato a 12 anni di reclusione per associazione mafiosa. "Ditemi voi, se c'é qualcosa di cui mi devo vergognare - ha aggiunto il 're dei supermercati ' - io mi vergogno. Io ho la coscienza a posto. Avevo 18 anni quando ho cominciato a subire le angherie della mafia e le ho combattute. Ora non riesco a combattere. Ho detto tutte le mie ragioni, voglio solo una cosa: una prova provata che sono mafioso. Datemela e per me va bene". "La Cassazione non mi interessa - ha proseguito Scuto - mi aspettavo una cosa molto più onesta, più corretta di quello che è questa sentenza, sicuramente". "Non ho niente da rimproverarmi - ha concluso l'imprenditore - avevo 18 anni quando ho cominciato a combattere la mafia, quando al porto di Catania qualcuno mi ha proibito di fare entrare i miei camion. Allora importavo legumi dalla Siria e dal Marocco e io li ho fatti scaricare a Napoli con la sorveglianza...".

Le tappe del processo. Dopo la sentenza di primo grado, datata 2010, in cui l’imprenditore è stato condannato per associazione mafiosa a 4 anni e 6 mesi, il Sostituto procuratore generale Gaetano Siscaro aveva chiesto una nuova condanna a 12 anni e 6 mesi. Nella sentenza impugnata il Pg sollecitava l'estensione della responsabilità penale di Scuto puntando l'attenzione sulla sua espansione imprenditoriale nel territorio palermitano, oltre a contestare il reato di estorsione aggravata e continuata. Un storia giudiziaria complessa e ricca di colpi di scena, inserita in quello che è stato definito il “Caso Catania”; un coagulo che intreccia potere, politica e vicende giudiziarie.

Nel 2000 la Procura Distrettuale etnea, a termine delle indagini, chiese fra l’altro l’archiviazione della posizione di Scuto, istanza che venne però respinta dal gip Ferrara prima che il procedimento fosse avocato dalla Procura Generale. A fare ricorso in appello è stata anche la difesa di Scuto, composta dagli avvocati Guido Ziccone, Giovanni Grasso e Francesca Ronsisvalle, che hanno sempre sostenuto l’innocenza dell’imprenditore considerandolo una “vittima di estorsioni da parte della mafia”. Imputato nello stesso procedimento è anche l’ex maresciallo dei Carabinieri Orazio Castro difeso dall’avvocato Tommaso Tamburino. Nei suoi confronti nonostante l’assoluzione in primo grado, il Pg in appello ha avanzato una nuova richiesta di condanna a 4 anni e 6 mesi.

Le scatole cinesi.
Nella requisitoria del Pg Siscaro uno dei capi saldi è stata la cosiddetta “questione lussemburghese”: “Tutto avvenne nel 1998 – afferma il Pg durante la requisitoria - quando i Carabinieri  denunciarono centinaia di componenti del clan Laudani e lo stesso Scuto venne arrestato. Lui cercò nel marzo dello stesso anno di rendere anonima la titolarità delle sue azioni”. Il sistema sarebbe stato concepito, secondo l’accusa, attraverso delle scatole cinesi create ad hoc. Vere e proprie “alchimie contabili che sono avvenute tramite fusione per incorporazione”, in particolare tra due società la Aligrup Spa e la Scuto Sebastiano Spa. La sproporzione, secondo l’accusa, sarebbe emersa anche nella vendita per incorporazione di alcuni punti vendita, una sorta di sottocapitalizzazione, con presunte differenze di alcuni miliardi di lire tra valore effettivo e somma d’acquisto. Differente sulla vicenda il parere dell’avvocato Giovanni Grasso: “ La creazione delle società lussemburghesi – affermò durante l’appello il difensore – è stato provato avere delle ragioni effettive che erano di risparmio fiscale in caso di vendita, oltre che ragioni di carattere successorio, operazione assolutamente trasparenti”.

L'espansione di Scuto a Palermo.
La crescita economica dell’imprenditore di San Giovanni La Punta nella Sicilia Occidentale è stata una delle chiavi di lettura dell’accusa avanzata a Scuto. Ipotesi questa che però non è stata accolta dai giudici di primo grado che hanno sostanzialmente affiancato l’espansione nel territorio palermitano ad una precisa scelta imprenditoriale, irrilevante penalmente. Il Pg ha invece parlato di una presunta “spartizione” tra lo stesso Scuto e Giuseppe Grigoli, anch’egli gestore dei punti Despar in Sicilia e condannato dal Tribunale di Marsala per essere stato il prestanome del boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Al centro della requisitoria è finito il collegamento tra le vicende societarie della Aligrup S.p.a. e della K&K. Quest’ultima società avrebbe avuto secondo l’accusa un ruolo fondamentale per l'espansione a Palermo di Scuto, attraverso uno dei soci, Vincenzo Milazzo, su cui il pentito di San Catalado (CL) Leonardo Messina ha rivelato l’appartenenza alla stessa loggia massonica di Piddu Madonia, boss condannato all’ergastolo per la strage di Capaci.

Le rivelazioni dei pentiti Eugenio Sturiale e Maria Biondi.
Ad accusare l’ex “re dei supermercati” c’è anche una coppia di coniugi accomunati dall’essere collaborati di giustizia. Si tratta di Eugenio Sturiale, arrestato nel 2009 nel procedimento “Revenge” e della moglie Maria Biondi. Quest’ultima è una parente di sangue della consorte di Scuto, essendone la nipote poiché figlia della sorella. Sturiale raccontò durante una delle sue deposizioni di aver incontrato l’imprenditore, dopo la sua scarcerazione, nel 2001.

Durante questo incontro, stando alle dichiarazioni di Sturiale, Scuto avrebbe offerto al boss una somma di denaro. L’obiettivo, secondo il collaboratore, era quello di avvicinare il Sostituto procuratore generale Gaetano Siscaro, titolare dell’accusa nei confronti di Scuto. Un presunto tentativo di corruzione che “io portai alle lunghe – dichiarò Sturiale – perché mi sembrava una cosa improbabile e molto pericolosa, nonostante lo Scuto me l’ha sollecitata e mi ha chiesto dei CD inerenti a dichiarazioni di collaboratori che parlavano della grande distribuzione”.

A dover essere interessato nella vicenda Scuto doveva essere anche il boss Aldo Ercolano, secondo Sturiale, lo stesso Scuto chiese la sua intermediazione per la pronuncia di una dichiarazione favorevole. Nei racconti di Sturiale c’è anche un presunto pedinamento effettuato dal boss Sebastiano Laudani ai danni di Scuto, reo, affermò durante l’interrogatorio il collaboratore, di dover tornare dei soldi al capo dei “Mussi i ficurinnia”. Scuto ha sempre respinto le accuse, sottolineando di non aver mai incontrato Sturiale dopo la scarcerazione di Parma, penitenziario in cui l’imprenditore restò detenuto: “E’ totalmente falso che io abbia chiesto di parlare con Aldo Ercolano, affinché intervenisse presso la Procura – dichiarò Scuto nel 2010 – sarei stato un pazzo a cercare di interloquire con il mio accusatore tramite uno dei più famosi mafiosi di Catania, che non conosco e non ho mai voluto conoscere”. A soffermarsi su Sturiale durante il dibattimento è stato anche l’avvocato Giovanni Grasso, difensore di Scuto: “Il Tribunale fece mutuo soccorso tra dichiarazioni – spiegò il difensore riferendosi alle dichiarazioni dei collaboratori - dando spazio a testi non credibili soggettivamente”.  Dichiarazioni definite “deboli”, in cui in molti casi sarebbero emersi, secondo la difesa, dei sentimenti di rancore e astio nei confronti di Scuto, che minerebbero la loro stessa “credibilità”.

La “Soipa” e la confisca dei beni.
All’interno di questo complesso processo c’è anche il mistero targato Soipa S.p.a. la società in amministrazione giudiziaria che avanzò l’offerta d’acquisto di alcuni rami d’azienda di Aligrup, K&K e Global Service. Un documento che la sentenza di primo grado ha ritenuto fondamentale per la determinazione della confisca del 15% dei beni societari di Scuto, atto che però era sconosciuto alle parti poiché mai esaminato durante il dibattimento. Il documento sarebbe entrato nel fascicolo del processo soltanto il 13 maggio del 2011, data in cui venne depositato in cancelleria, dopo che la condanna in primo grado era già avvenuta nel 2010. “Un atto inesistente e inutilizzabili – dichiara il Pg Siscaro in udienza – che non c’è materialmente. Quindi non so da dove, da quale cilindro l’ha cavato fuori il Tribunale”

La lettera di Scuto durante l’ultima udienza.
“Confido nella giustizia divina”. L’ultimo atto del processo in Appello si è concluso con la richiesta di assoluzione per Scuto, avanzata dal suo collegio difensivo, e con la lettura di una missiva da parte dello stesso imprenditore: “La mia vita è stata per tanti anni un inferno – dichiara un emozionato Scuto - la paura che i miei familiari e i miei collaboratori potessero rimanere vittime di gravi episodi delittuosi mi attanagliava notte e giorno facendomi perdere per sempre la tranquillità, la pace e la gioia di vivere. Io non ho mai avuto bisogno di rivolgermi ad alcuno per avere un sostegno economico – aggiunge l’imprenditore – perché già quando mio padre mi cedette la sua azienda, questa era molto ben avviata e solida. Poi nel 1970 mia moglie Rita ereditò un immenso patrimonio dal padre, Michele Spina, uno dei più famosi e ricchi imprenditori agrumicoli del sud”.


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