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Mafia, guerra Cursoti - Cappello: 3 arresti
Bloccato commando che voleva uccidere Pardo

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, Cronaca

Francesco Di Stefano



CATANIA - Quella notte del primo ottobre 2009 non doveva essere Orazio Pardo il bersaglio dell'agguato in Corso Indipendenza ma Giovanni Colombrita, all'epoca capo del Clan Cappello nella zona. Il boss aveva preteso da un imprenditore edile, che stava costruendo delle case in via XXI Maggio, il pagamento di un estorsione: cosa, però, che non era andata a genio alla cosca rivale, i Cursoti Milanesi. E così, sarebbe, partito un regolamento di conti: Francesco Di Stefano ha ordinato l'omicidio di Colombrita, ma qualcosa quella sera è andato storto e allora l'obiettivo dei sicari è diventato Orazio Pardo, braccio destro del capo dei Cappello. Alla pioggia di pallottole, però, il criminale è riuscito a sfuggire grazie all'intervento di Salvatore Liotta che si è contrapposto, facendo da scudo, con il motorino permettendogli così di trovare riparo nella sua abitazione. I due sono rimasti feriti, Liotta è stato colpito al piede destro, Pardo al ginocchio. Nulla di grave, tanto che l'attentato armato non è stato mai denunciato alle forze dell'ordine.

Ugo Rosario Angrì



La squadra mobile ha messo sotto chiave l'ultimo componente del commando armato che voleva uccidere Orazio Pardo, Ugo Rosario Angrì, 36 anni, detto "Saru a tigre", mentre gli altri due, Francesco Di Stefano (Ciccio pasta ca sassa), 40 anni e Nicola Cristian Parisi, 35enne, sono stati raggiunti dall'ordinanza emessa dal Gip in carcere dove sono detenuti per altra causa. L'ultimo è stato coinvolto nella maxi operazione antidroga che ha portato all'arresto di 14 presunti esponenti del Clan Cursoti Milanesi per la gestione della piazza di spaccio di Corso Indipendenza. Francesco Di Stefano è finito in galera, invece, proprio per l'estorsione contesa con i Cappello.

Nicola Parisi



I pilastri investigativi che hanno portato all'arresto dei tre sono l'inchiesta Revenge,  condotta dalla Squadra Mobile quattro anni fa con il coordinamento della Direzione Investigativa Antimafia, e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia tra cui Vincenzo Pettinati, Eugenio Sturiale, Gaetano D'Aquino e Gaetano Musumeci che avevano fatto emergere come nel 2009 era in corso una  faida tra i clan Cursoti Milanesi e Cappello Bonaccorsi che si è infiammata a causa del pizzo preteso dall'imprenditore edile dai tutti e due i presunti reggenti contrapposti. Da qui è stato progettato il tentato omicidio. Il quadro indiziario ha portato nell'ottobre del 2011 a una prima ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Francesco Di Stefano, Cristian Nicola Parisi e il 29enne Michele Musumeci. Il provvedimento, però, fu annullato dal tribunale del Riesame che riteneva insufficienti le dichiarazioni dei "pentiti" in quanto avevano appreso del tentato omicidio dalla stessa vittima, e quindi, erano state rese de relato, cioè in maniera non diretta.

Michele Musumeci, ad aprile 2012, inizia a collaborare con la magistratura e racconta ai pm nuovamente i particolari dell'agguato, questa volta non per sentito dire, ma perché vi aveva partecipato personalmente. Elementi che spingono la Direzione Distrettuale Antimafia a riformulare la richiesta di custodia cautelare in carcere, indicando anche Ugo Angrì che - secondo quanto emerso dalle indagini - avrebbe messo a disposizione la vettura poi utilizzata dai killer, partecipando all'agguato a distanza. La richiesta è stata accolta dal Gip che ha emesso l'ordinanza con l'accusa di tentato omicidio e detenzione illegale di armi da fuoco, con l'aggravante mafiosa. La squadra mobile ha così bloccato il commando e il mandante che voleva assassinare Orazio Pardo. Era solo l'inizio di una guerra di mafia, quella del 2009, che sarà fermata dalle importanti inchieste del filone Revenge coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania.


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