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INTESTAZIONE FITTIZIA DI BENI

Mafia, scarcerati i fratelli Ercolano
Accolte le richieste dei difensori

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Catania, ercolano, lipera, mafia, Cronaca
CATANIA -  I fratelli Ercolano tornano in libertà dopo 6 mesi di carcere. Il Gip Luigi Barone ha infatti decisio per la scarcerazione di Aldo, Mario e Salvatore Ercolano, che erano stati arrestati lo scorso 16 ottobre nell’ambito dell’operazione condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Catania relativa alla presunta intestazione fittizia di beni. Il Giudice per le Indagini Preliminari  ha accolto la richiesta  avanzata dagli Avvocati Giuseppe Lipera e Grazia Coco difensori dei tre indagati, nonostante il parere contrario espresso dal Pubblico Ministero.

A diffondere la notizia sono stati gli stessi legali attraverso una nota.
Per la cronaca - scrivono nel comunicato gli avvocati Lipera e Coco -  vi è da dire che Aldo , Mario e Salvarore Ercolano protestano ancora la loro innocenza, tant’è che è pendente un ricorso davanti la Corte Suprema di Cassazione che dovrà decidere, a prescindere dalla libertà, sulla sussistenza o meno dei gravi indizi di colpevolezza.

"Mi fa piacere che i tre fratelli siano stati scarcerati - è il commento a LiveSiciliaCatania dell'avvocato Giuseppe Lipera sulla decisione del Gip - ma ritengo che la privazione della libertà per sei mesi per un'accusa che non si configura in un reato è un fatto che non si può condividere. Il principio costituzionale dell'innocenza - sottolinea il difensore - deve essere rispettato anche se una persona si chiama Ercolano. Non ci devono essere pregiudizi - conclude il legale - non si può essere colpevoli solo perchè il cognome che si porta è Ercolano".

L'indagine che portò all'arresto dei fratelli Ercolano.

Il 16 ottobre scorso gli agenti della Squadra mobile della questura etnea avevano eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro elementi di spicco di cosa nostra e di un incensurato nell'ambito di un'operazione contro l'intestazione fittizia di beni. Il provvedimento, emesso dal gip Luigi Barone, riguardava i fratelli i fratelli Aldo, Mario e Salvatore Ercolano e Vincenzo Salvatore Santapaola di 43 anni, figlio del capomafia “Nitto”.

L'inchiesta coordinata dal procuratore Giovanni Salvi aveva portato alla luce, grazie alla collaborazione del sostituto procuratore Iole Boscarino, una presunta intestazione fittizia di beni che vedrebbe coinvolti i rampolli della principale famiglia mafiosa etnea. Nell'operazione fu coinvolto anche Pierluigi Di Paola, 40 anni, sposato con la figlia di Sebastiano D'Emanuele, cognato di Salvatore Santapaola, fratello di Nitto. La polizia, nell'ambito dell'operazione, aveva anche sequestrato tre società che sarebbero riconducibili agli Ercolano.

Si tratta della “Vecchia Catania di Di Paola Pierluigi”, impresa individuale che si occupa del commercio di automobili attraverso il punto vendita “Pd Motors” di San Gregorio, riconducibile, secondo gli investigatori, a Mario Ercolano; sequestrata anche la “Siciliana Tappeti di Gangemi Giovanni”, impresa individuale titolare dell'esercizio commerciale “Cash & Carry” di San Gregorio, che sarebbe riconducibile ai fratelli Ercolano. E ancora, sequestrato il ristorante “Sapori di Casa” di San Giovanni La Punta, che sarebbe riconducibile a Vincenzo Santapaola, il figlio del boss Nitto.

Per portare alla luce il sistema di intestazione fittizia di beni, gli uomini della squadra mobile avevano utilizzato le intercettazioni nel novembre 2009, documentando la presenza di Mario Ercolano presso l'autosalone Pd Motors, mentre era soggetto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a San Gregorio. Dopo il suo arresto, avvenuto nel novembre 2010, a presidiare l'autosalone sarebbe stato direttamente Aldo Ercolano, presente anche alla cassa del Cash e Carry.

Gli investigatori avevano scoperto, attraverso intercettazioni all'interno di un'autovettura, che era stato proposto a Vincenzo Santapaola l'acquisto del ristorante “Sapori di Casa”, al prezzo di 250mila euro. Acquisto che è andato a buon fine, ma a firmare le carte non era il figlio di Nitto, ma la sua moglie insieme alla zia acquisita.

 

 


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