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dal foglio in edicola

"Beato Scapagnini. Sindaco,
farmacologo...e fimminaro"

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pietrangelo buttafuoco, umberto scapagnini, Politica
Beato lui. Potrebbe cominciare e finire così il racconto di Umberto Scapagnini, scienziato e farmacologo (e politico). Ecco, così: beato lui.

Beato lui che nacque a Napoli. Beato lui che fu sindaco di Catania.

Beato lui che, un giorno, nel pieno del coma profondo – colpito da un tumore, quindi sfasciato da un terribile incidente automobilistico – si ritrovò accanto padre Pio. Il Santo gli strinse forte la mano, lo rimbrottò a proposito di qualcosa e lo riportò alle giornate sue.

E beato lui che seppe godersela quella vita come quando, titolare di cattedra, vedeva affollarsi di sorrisi le aule della Cittadella universitaria ai piedi di Etna. Gli studenti di Farmacia (le ragazze, ma i ragazzi, anche, così orgogliosi di quel professore in Lacoste) lo applaudivano ad ogni lezione, tanto era trascinante tra fitoterapia e chimica organica. E beato lui perché quando capiva l’approssimarsi del frangente, aveva la generosità di prestare la propria automobile ai ragazzi che si attardavano fuori dal laboratorio, purché dopo aver fatto l’amore preparassero l’esame.

Beato lui che ebbe l’intuizione dell’immortalità per via di medicina. Niente che fosse Frankenstein ma solo un approssimarsi elegante al sorriso, tutto qua. Beato lui che non conobbe mai depressione, piuttosto la dolcezza della malinconia. Beato lui che viaggiò tanto, nei luoghi incontaminati del mondo, per recuperare le sostanze attive da cui poi fabbricò la pinnola, la famosa pasticca che sconfisse l’anagrafe e restituì vigore erotico a tanti dei suoi amici persi dietro ai sorrisi delle ragazze. Non fu il Viagra, ma qualcosa di più, un bitter –elisir degno di Re Mafarka, il patriarca delle allegrie.

Beato lui che parlò le lingue della ricerca e della poesia. Apprezzato nella comunità dei ricercatori e invitato a tutte le più belle feste, dovunque ci fosse la bellezza e la gioia di vivere, ci arrivò lui e perciò sempre beato lui.

Beato lui che praticò tutti gli sport, al punto di far sparare la neve artificiale lungo la Salita di San Giuliano, a Catania, nel crocevia del barocco vulcanico, e da lì prodursi in discesa tra gli applausi e la disperazione dei funzionari del comune che non sapevano più come stargli dietro. Come il Commendatore Luigi Maina, cerimoniere di Palazzo degli Elefanti, che lo inseguì fino in via Etnea per porgergli l'accappatoio e metterlo così a riparo dalla sua stessa esuberanza di scugnizzo.

Era anche agosto, era una delle serate dell’Estate catanese e beato ancora fu quando si fece largo tra i culi. Erano i magnifici posteriori delle ballerine brasiliane. Un intero corpo di ballo gli si piazzò

davanti al municipio. Erano venute a Catania scritturate per la bella festa della città e non ne volevano sapere se nel frattempo c’era il grande buco nel bilancio comunale. Beato lui perché solo a lui poté capitare una cosa così, tutto quel ben di Dio di femmine sparso per la piazza con l’Elefante di Catania – il Liotro – perfino imbarazzato, anzi, srotolato. E con tanto d'occhi.

Beato lui che ebbe accanto le donne tutte alte di calcagno e tutte sontuose nel respiro. Beato lui che se le ritrovò accanto – in foto, al tavolo del ristorante, nel letto – fino a farne il romanzo della sua vita. Beato lui che fece proprio il motto “chi è ricco di amici è scarso di guai”. Beato lui che fu socialista al tempo di Bettino Craxi e beato lui che poi sperimentò il berlusconismo migliore e il miglior Silvio di cui fu medico personale per farsi chiamare, con inarrivabile ironia, "il callista di Berlusconi", laddove per callo s'intenda il farci "il callo" con tutte quelle cose che fanno ridere, fanno star bene e fanno endorfine.

Beato lui che fu, dunque, berlusconiano, senza far propri i rutti di satrapia dell'epilogo, anzi, guadagnandosi nell’Economist, da sindaco etneo, l’elogio per avere fatto di Catania (pur con tutta quella cenere del vulcano piovuta in testa a tutti), “un'isola felice della Sicilia".

E beata se ne sta Catania che se lo piange, adesso, dopo averlo trafitto d'inchieste e di amarezze. Beato lui, comunque, perché comincia e finisce così la storia di Umberto, sindaco e farmacologo. E fimminaro.

(Dal Foglio in edicola)


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