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Malasanità

Cannizzaro, 48 ore per una diagnosi
"Pronto soccorso, girone dantesco"


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CATANIA – “Un caso di malasanità”. Lo definisce così la protagonista. Maria Rosa Pulvirenti è una biologa di Belpasso che, dopo aver accusato forti dolori al petto lo scorso 26 febbraio, allarmata ha deciso di recarsi al Pronto Soccorso del “Cannizzaro”. “Sono stata subito sottoposta – racconta a Live Sicilia Catania - ad elettrocardiogramma, falsato però dalla posizione, poiché seduta su una sedia, e dopo circa un’ora il medico di turno mi ha sottoposta ad un prelievo di sangue per la ricerca degli enzimi indicatori. Dopo due ore – continua - è arrivato il responso negativo, pertanto il cardiologo dopo un altro elettrocardiogramma nei limiti della norma, che non corrispondeva al primo, non convinto ha eseguito un ecocardiogramma, rilevando lo scollamento pericardico localizzato a livello del solco atrio-ventricolare posteriore e consigliando un altro prelievo”.

Eseguita la seconda analisi, con risultato negativo, la paziente viene poi visitata dal medico del turno successivo. “La dottoressa – spiega Maria Rosa - mi diagnostica una pericardite dicendo che rischio la vita se non opto per un ricovero. Io, ovviamente, rimango interdetta dalla notizia tenuto conto che il cardiologo, prima, non mi aveva comunicato nulla. Così, vengo posta dinnanzi ad una scelta: o mi ricovero o firmo l’uscita”.

Sempre più preoccupata, Maria Rosa accetta di ricoverarsi. “Nel corridoio – continua – vi erano 6 barelle e 2 sedie a rotelle, in reparto 12 barelle e lettini pieni di persone anziane, l’aria irrespirabile. Sono stata ricoverata per 14 ore e nessuno mi ha dato né una pillola per attutire il dolore, tantomeno un bicchiere d’acqua. L’unico farmaco disponibile era un’aspirina, medicinale per me letale in quanto affetta da colite ulcerosa. Alla richiesta di una stanza in intramoenia la risposta è stata: “impossibile, non c’è disponibile un cardiologo che la possa prendere in osservazione”. A quel punto, per non ledere la mia dignità ho preferito firmare e andare a morire a casa, piuttosto che rimanere in quel posto orribile, sporco, inospitale e quanto mai inutile dato che, dopo 14 ore, stavo sempre male”.

L’indomani, Maria Rosa si ripresenta e dopo il prelievo prescritto dal medico, con risultato negativo, si reca dal cardiologo che l’aveva il giorno prima visitato. “Gli racconto – spiega - che la sera prima mi volevano ricoverare per pericardite e mi domanda chi avesse diagnosticato tale patologia. Io chiedo allora l’entità effettiva del mio malessere ancora sconosciuta dopo 2 giorni. Il medico mi risponde che forse si trattava di artrite reumatoide autoimmune. Mi dimettono consigliandomi un altro elettrocardiogramma per giorno 11 marzo”.

Maria Rosa si reca, così, dal medico curante. “Sulla base della mia umile conoscenza dettata da una laurea in Scienze Biologiche – dice – ho pensato che si potesse trattare di un’infiammazione della ghiandola mammaria o di Herpes zoster. Diagnosi quest’ultima confermata dal medico”.

Tante le domande che adesso si pone la protagonista di questa storia in una lettera inviata alla responsabile dell’Ufficio Pubbliche Relazioni del “Cannizzaro”. “Come mai dopo 2 giorni passati dentro un ospedale – dice Maria Rosa - nessuno ha pensato di concentrarsi sul punto in cui accusavo dolore? Che razza di medici tenete in un Pronto Soccorso? Ho dovuto diagnosticarmi da sola la patologia dopo una settimana di sofferenza atroce, trascorrendo per di più un giorno e mezzo della mia vita, in quel girone dantesco chiamato Pronto Soccorso, in cui la dignità umana viene calpestata ed umiliata”.

Sul caso giunge la replica del Cannizzaro. "L'Azienda – si legge in una nota - consapevole dei disagi lamentati dall'utenza, ha avviato un progetto di miglioramento della qualità dell'assistenza del Pronto Soccorso e dell'area dell'emergenza, che costituisce la sua originaria e prima vocazione, al fine di soddisfare i bisogni di salute di quanti, sempre più numerosi, si rivolgono all'ospedale: sono infatti in corso, tra l'altro, alcuni lavori di ampliamento dei locali e un percorso di formazione dei volontari volto a qualificarne la presenza”. Il riscontro da parte del direttore dell'Unità Operativa di MCAU, Medicina e chirurgia di accettazione e urgenza, ricostruisce così le fasi di degenza di Maria Rosa: “La signora entra alle 7.19 del 26 febbraio, viene subito valutata e alle 8.54 presa in carico dall'ambulatorio. Il medico di turno la sottopone anche a ecocardiogramma. L'utente lamenta un problema con la strumentazione, che in realtà è ben funzionante: l'esame deve essere ripetuto così come prescritto dalle linee guida. Ugualmente, nel caso dei prelievi enzimatici, devono essere osservati intervalli di tempo tra un prelievo e l'altro. Il medico di turno nel pomeriggio, sulla scorta del referto cardiologico, ha correttamente proposto il ricovero (nel letto-barella, nell’attesa che si liberasse un posto) che la paziente ha rifiutato, così come ha rifiutato la rivalutazione cardiologica. L'indomani risulta che la signora si sia presentata alle 12.26; alle 12.48 sia stata presa in carico dal medico di ambulatorio che ha proceduto alla valutazione e all'elettrocardiogramma; visitata alle 15.12 per una rivalutazione, alle 15.54 la paziente, non avvertendo più dolori, è stata indirizzata al medico curante”.

 


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