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Iblis, l’ombra della mafia sulle coop edilizie


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CATANIA – Nuova udienza al carcere di Bicocca del processo Iblis, procedimento che ha acceso i riflettori sui rapporti tra mafia, politica e imprenditoria. Continuano gli interrogatori dell’accusa oggi rappresentata da Agata Santonocito e Antonino Fanara. Il primo a rispondere alle domande dei Pubblici Ministeri, davanti alla Corte presieduta da Rosario Grasso, è stato l’imprenditore Salvatore Petralia, ex presidente della “Enotria”, cooperativa edilizia attiva nelle costruzioni di complessivi abitativi. Proprio su un piano di realizzazione di alcune villette a schiera a Ramacca si sarebbero concentrate le attenzioni di Cosa Nostra etnea tra il 2007 e il 2009.

Un affare complessivo di quasi 2 milioni di euro su cui la famiglia Santapaola-Ercolano, capeggiata all’epoca da Vincenzo Aiello, con la sua ramificazione nel territorio calatino avrebbe poggiato l’attenzione “sin dai primi passi”. Petralia, che nell’ambito del processo è parte offesa, ha ricostruito in aula l’evoluzione del progetto: “Si trattava inizialmente di 28/29 alloggi poi passati a 13. Nonostante ero io il presidente della cooperativa, a occuparsi di tutte le pratiche come consulente del progetto era Alampo, un ex socio della stessa Enotria”.

Tra i soci interessati direttamente all’affare l’ex assessore di Ramacca, e imputato nello stesso procedimento, Giuseppe Tomasello e una delle figlie del presunto boss di Ramacca Pasquale Oliva, genero dello stesso ex politico. “Dopo gli arresti, i soci sono rimasti in 9 – racconta Petralia – gli altri si sono dimessi”. Il vero punto su cui si sofferma l’accusa è però quello relativo alla ditta che avrebbe dovuto costruire le villette, la Templari Srl, formalmente intestata a Carmelo Finocchiaro imprenditore originario di Castel di Iudica, arrestato proprio nell’ambito dell’inchiesta “Iblis”. “A scegliere la ditta è stato sempre Alampo - spiega in aula Petralia - nonostante precedentemente l’appalto venne affidato ad una società di Adrano, la New World Costruzioni. Quest’ultima – aggiunge il teste - versò alla cooperativa Enotria 25 mila euro per l’acquisto dei terreni, anticipando i normali versamenti dei soci. Dopo subentrò la Templari scelta perché è ubicata nelle vicinanze del comune calatino”.

L’affare, come documentato nelle intercettazioni ambientali (Intercettazione 1 - Intercettazione 2), diventò l’oggetto centrale di discussione di numerosi “summit” ospitati nell’abitazione rurale del geologo autonomista Giovanni Barbagallo, condannato in primo grado per associazione mafiosa nel processo Iblis che si celebra con il rito abbreviato. Agli incontri partecipavano i vertici di Cosa Nostra catanese come Vincenzo Aiello e quelli che i ROS definiscono “i suoi sodali” tra cui il titolare della Templari Srl, Carmelo Finocchiaro.

Da uno dei verbali della cooperativa citati in aula, la ditta di Finocchiaro era definita “di fiducia, seria e affidabile”. Petralia davanti ai Pm fa mea culpa: “Io non appurai niente, poiché era Alampo che si interessava di tutte le pratiche”. Riemerge nell’affare delle villette la diaspora tra Aiello e il gruppo capeggiato all’epoca da Angelo Santapaola e Nicola Sedici, che si ipotizza tentò di favorire un altro imprenditore, Francesco Ilardi, ex consigliere comunale, anch’egli condannato nel rito abbreviato del processo Iblis.

Oggi Fanara e Santonocito hanno portato sul banco degli interrogatori anche Cettina Vinci, titolare di una stazione di servizio a Palagonia, vittima di un’estorsione nell’ottobre 2007, mai denunciata ai Carabinieri. L’imprenditrice in lacrime ha raccontato che non si trattava di un caso isolato. “Ad agosto 2007 – spiega –venne Rocco Caniglia, persona che conosco da quando sono piccola. Egli mi disse che era necessario fare un regalo ai carusi”. La donna, che non fece nessuna denuncia “perché impaurita”, si recò a chiedere consigli al boss di Ramacca Rosario Di Dio, anch’egli titolare di una stazione di servizio sulla Catania-Gela. “Mi disse – racconta– che non dovevo dare nenti a nuddu” . Dopo due mesi Concetta Vinci è vittima di una nuova intimidazione a opera di due soggetti con accento nisseno. “Non li collego assolutamente a Caniglia – tiene a precisare la donna. L’audizione si conclude proprio con i drammatici istanti dell’ultima minaccia: “Una sera venni fermata mentre mi trovavo in macchina; mi chiesero 150 mila euro e alla mia prima obiezione mostrandomi la foto di mia nipote e di mio fratello mi dissero “i soddi ci su”, dopo quindici giorni – ammette la Vinci – diedi questi soldi”. Anche questa volta la donna bussò alla porta di Di Dio, non però per chiedere “consigli” ma per avere un aiuto economico che “non mi diede – spiega Concetta - perché in difficoltà”.

 


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