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La debacle di Raffaele Lombardo

La caduta del sultano
Una catastrofe elettorale


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CATANIA – Quel 2,20% alla Camera tristemente replicato al Senato non possono appartenere al Raffaele Lombardo che conoscono i catanesi. Al Raffaele Lombardo conteso e determinante nel 2005 alle comunali, quando camminava con in tasca almeno il 20% dei consensi, al Raffaele eletto presidente della Regione con un plebiscito.

Al Raffaele che è stato negli ultimi 10 anni motore di ogni consiglio di amministrazione, di quartiere, di condominio, di ogni consiglio d'istituto, anche delle scuole elementari. Al Raffaele che ha avuto sempre l'ultima parola sugli equilibri del centrodestra e del centrosinistra, sulla scelta dei sindaci, degli assessori e degli usceri. Al Raffaele adorato come Maometto sino a pochi mesi addietro.

Perfino il suo omonimo di Regalbuto, che di cognome fa Stancanelli, è riuscito, con un partito creato in meno di un mese, Fratelli d'Italia, ad eguagliarlo. L'impresa non era ardua, ma il risultato è significativo.

Raffaele Lombardo è come se non ci fosse stato in questa campagna elettorale. Intervistato da LivesiciliaCatania si era affidato “a Dio”, mentre tranquillo si concedeva, a meno di 48 ore dal voto, un'intervista nel suo castello di 27 vani nel cuore di Catania. Non può essere lo stesso uomo di cui vociferava il senatore Domenico Sudano a piazza Trento, nel Grand Hotel trasformato in sede di partito dopo la diaspora degli autonomisti: “E' incredibile Lombardo -diceva Sudano- dorme due ore al giorno, organizza riunioni durante tutta la notte, la mattina è pieno di energia, continua a ricevere persone in qualunque momento”.

La batosta è arrivata sotto il segno del listone che Lombardo ha guidato nella sua Sicilia, ma soprattutto nella (ex)sua Catania. Un risultato che lo ha inchiodato a percentuali ridicole.

Eppure, sino a pochi mesi addietro, il Raffaele sultano si gongolava tra i violini del centrosinistra più intransigente e l'abbraccio velenoso dell'antimafia di potere. Quel sentimento autonomista al quale non pochi siciliani avevano creduto quando il Mpa organizzava contestazioni più o meno improvvisate nel 2005, si è perso tra gli arazzi di Palazzo D'Orleans e le conferenze stampa in mondovisione.

Si è perso quando Lombardo si è imborghesito cullato dagli applausi degli accattoni collocati alla gestione di qualunque livello della pubblica amministrazione non solo siciliana. Si è perso con l'ultimo abbraccio mortale di Silvio Berlusconi, che ha concesso un paio di senatori e deputati, oculatamente scelti tra i fedelissimi di sempre, in cambio del sonno autonomista.

Oltre a lui però, alle sue spalle, celebrato nei convegni a pochi metri dal porto di Palermo, c'era un'illusione chiamata Partito dei siciliani. Il rispettivo segretario “nazionale” Giovanni Pistorio ha fatto le valigie inseguendo il miraggio di un posto al Senato tra i salotti eleganti, ma a corto di seggi, dell'Udc. Stesso discorso per un lungo elenco di ex colonnelli, più o meno ricollocati alla corte di Rosario Crocetta: chi come lecca francobolli, chi come portantino, chi come scendiletto.

Quello che resta è l'immagine della conferenza stampa improvvisata ieri sera per spiegare alla pattuglia di giornalisti e militanti, che lo hanno atteso in via Pola, cosa è successo.

Lombardo ha tirato fuori un rocambolesco ed arcinoto elenco di priorità per il Sud, ha fatto il richiamo alla militanza e si è complimentato con gli amici eletti perché collocati nei seggi blindati del Pdl.

Una cosa però contraddistingue il Raffaele catanese dalle imitazioni: è rimasto sulla barca mentre affondava. La barca è stata spinta a fondo dai catanesi che per la prima volta in 13 anni non lo hanno votato. Forse non si è accorto che affondava, ma è rimasto al suo posto.

Ma Lombardo ha accennato qualcosa sulle prossime comunali: vuole riprendersi i consensi finiti in gran parte tra le 5 stelle di Grillo. Si ripromette di organizzare un paio di liste civiche, ma forse si è semplicemente stancato.

Occhio però, a non disturbare il leone che dorme.


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