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L'INTERVISTA

Sandro Ruotolo: “Serve una bella rivoluzione civile”


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Sandro Ruotolo



CATANIA - Sandro Ruotolo è in primo luogo “un giornalista di strada” che ha raccontato in lungo e in largo le storie e le periferie del nostro Paese. Una passione la sua che lo ha portato ad intraprendere una nuova avventura quella politica. Così il celebre cronista di “Servizio Pubblico” parla della sua scelta di affiancare Antonio Ingroia nella discesa in campo nell’agone politico con il movimento “Rivoluzione Civile”. Il giornalista, candidato alla camera in varie parti d’Italia e alla presidenza della regione in Lazio, è al secondo posto nella testata di lista della Sicilia orientale. Nonostante le origini campane considera la Sicilia, terra che ha raccontato in tutte le sue sfaccettature a tutte le latitudini, “una seconda casa”. Quello che serve all’Italia? Per Ruotolo la risposta è semplice: una bella rivoluzione civile come quella che auspicava Mario Monicelli.

Partiamo da una domanda di rito: come mai ha deciso di candidarsi?

Ho accettato questa sfida insieme ad Antonio Ingroia e a varie personalità della società civile che ho conosciuto negli anni grazie allo straordinario lavoro di giornalista di strada. Raccontando questo Paese mi sono imbattuto, ad esempio, nel racconto della condizione operaria del Sulcis, la provincia più povera d’Italia, dove ho conosciuto Antonello Pirotto che è diventato il capolista di “Rivoluzione Civile” in Sardegna. Oppure ho conosciuto Flavio Lotti durante le mobilitazioni contro la guerra in Serbia. All’epoca io e Michele (Santoro) firmammo un manifesto che si chiamava “fermiamo la guerra”. Lo stesso vale per Gabriella Stramaccioni di Libera che io considero una compagna di strada. Ho sempre seguito per lavoro le questioni della criminalità e della legalità ma poi mi sono sempre impegnato come cittadino. Quindi per me non è stata né una discesa in campo, né una salita in campo: piuttosto un modo di impegnarsi in maniera diversa. A noi piace la Costituzione, noi vogliamo cambiare i partiti perché i partiti sono previsti dalla nostra Costituzione.

Come va, all’interno del progetto di “Rivoluzione Civile”, la sinergia tra società civile e partiti?

Noi diciamo che tutti i partiti devono cambiare. Non è uno slogan la battaglia contro la casta. La politica ha fatto di tutto per farsi odiare dai cittadini. L’antipolitica che impera è colpa della politica. Vogliamo porci come nuovo soggetto politico che sta in Parlamento e vuole fare delle leggi e muoversi sul terreno della legalità, dei diritti e del lavoro. Il tema del lavoro è centrale, non è un caso che il nostro capolista in Campania sia Antonio Di Luca, uno dei diciannove operai Fiom reintegrati dalla magistratura a Pomigliano.

Come vive la sua candidatura in Sicilia?

Io ho acceso i riflettori delle telecamere sulla Sicilia a partire dall’89. Da Gela a Palma di Montechiaro, da Palermo a Catania. Sono tutte realtà che penso di conoscere e penso di avere raccontato. La Sicilia per me è una seconda casa. Noi abbiamo costruito una lista che ha appena trentadue giorni di vita: è un mix straordinario che tiene insieme partiti e società civile. In Sicilia orientale la lista è guidata da Antonio Ingroia, poi ci sono io e a seguire Orazio Licandro, Giovanna Marano (catanesi) e altri candidati territoriali. Mi candido anche in Campania e in Toscana, spero di potere dare il mio contributo alla lista.

Da giornalista come racconterebbe questa lista?

Come di una bellissima scommessa. Ognuno ha messo la sua faccia e il suo impegno. E’ facile criticare la politica, a volte è giusto farlo. La politica è degenerata quando è diventata posto di lavoro. La seconda Repubblica è stata questo: avevi dal ragazzo di bottega dello studio dell’avvocato amico del politico all’igienista dentale. Noi del sud conosciamo bene questo tipo di meccanismo. Una volta c’erano i partiti che avevano dei valori. Oggi candidarsi è per tanti un modo per trovare un posto di lavoro. Tempo fa mi trovavo a Carbonia per fare un inchiesta e parlai con un operaio che mi disse una cosa a cui penso spesso. I nostri genitori da ragazzini ci dicevano: “arruolatevi”. I figli del sud che raccontava Pasolini, insomma. I figli del sud che per campare si arruolavano o nell’Arma dei carabinieri o in polizia. Oggi quello stesso genitore avrebbe detto al figlio di entrare in politica. Questo ti fa capire la necessità che la politica torni al servizio dei cittadini.

Insomma la ricetta non è l’antipolitica. La vostra azione vuole essere semmai un pungolo per incentivare i partiti ad autoriformarsi? E’ così?

Non c’è ombra di dubbio. Bisogna fare una bella rivoluzione come diceva Mario Monicelli nell’ultima intervista che rilascio, proprio a noi durante “Rai per una Notte”. Ci vuole una bella rivoluzione civile in cui concetti come trasparenza e legalità diventino nuovamente senso comune.

 


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