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MAFIA

E' morto Antonino Calderone
Svelò i segreti di Cosa Nostra


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Antonio Calderone



CATANIA - E' stato il pentito che agli inizi degli anni Novanta con le sue rivelazioni ha disegnato una delle prime mappe aggiornate di Cosa Nostra nei diversi mandamenti in Sicilia. Antonino Calderone, nato a Catania nel 1935, è morto oggi in una località oltreoceano dove viveva da anni con una nuova identità. Con Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno, Francesco Marino Mannoia è stato per i magistrati di Palermo una delle fonti più importanti per la ricostruzione della struttura della mafia, dei suoi vertici, dei suoi affari. Ma, in particolar modo, il contributo di Calderone è stato essenziale per individuare gli insediamenti mafiosi ed i loro capi nella Sicilia orientale, dove, sino al 1982 si riteneva che non esistesse una presenza di Cosa Nostra.

Calderone era fratello di Giuseppe, detto "Cannarozzu d' argento" ("Gola d'argento"), ucciso nel 1978, che oltre a rappresentare sotto l'Etna la Commissione aveva, tra l' altro garantito la latitanza di Luciano Liggio, negli anni Settanta, in provincia di Catania, a Vaccarizzo, dove la polizia scoprì, quando già il boss corleonese era riparato al Nord, una villa fortificata, con annessa una "prigione", in previsione di alcuni sequestri di persona in progetto nel catanese. Calderone dopo l' uccisione del fratello ( il delitto spianò la strada all' affermazione di due cosche: Ferlito e Santapaola) capì di esse in pericolo e fuggì a Nizza dove aprì una lavanderia. Si pentì, inviando messaggi al giudice Giovanni Falcone, quando si rese conto che anche in Costa Azzurra c'era una discreta presenza di Cosa nostra, che reinvestiva i proventi della droga nell' edilizia residenziale, e che dunque i suoi rivali non avrebbero tardato a scovarlo.

Calderone racconta la storia della mafia a Catania e retrodata agli anni '30 la sua presenza nel capoluogo etneo, ma ne disegna il radicamento sul territorio a partire dalla fine degli anni '60. Il suo racconto ricostruisce la guerra per la supremazione tra i Ferlito ed i Santapaola, dalla strage di via Iris (28 aprile 1982: sei morti) sino alla strage della Circonvallazione di Palermo, del giugno del 1982. Alfio Ferlito viene ucciso dai rivali durante la traduzione dalle carceri di Enna a quelle di Trapani, muoiono anche due carabinieri ed un civile. La strage, spiegherà Calderone, segnalava la piena intesa operativa tra cosche di Palermo e Nitto Santapaola, che insieme sarebbero tornate ad "agire" il 3 settembre, in via Isidoro Carini, per uccidere il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie e l' agente di scorta. Ma Calderone illumina anche i giudici sul perverso intreccio di rapporti tra grande imprenditoria catanese e mafia.

Le cosche estorcono denaro, ma al momento opportuno non si tirano indietro nel propiziare gli affari delle imprese, alle quali forniscono anche false fatture Iva. Ed il "racconto" del pentito spazia anche sui forti legami tra mafia catanese, nissena ( in particolare gelese), agrigentina, puntati sulla conquista di ricchi sub appalti. Un settore nel quale il boss Giuseppe Madonia aveva una funzione di garanzia e di equilibrio degli interessi di tutta la mafia. La notizia della morte di Antonino Calderone è stata data dal capo della Polizia Antonio Manganelli, tra gli artefici della scelta di Calderone di abbandonare Cosa Nostra e diventare, negli anni '80, collaboratore di giustizia. Calderone, ha detto Manganelli, era un profondo conoscitore della realta' siciliana, "ci ha dato un grande contributo per la conoscenza del fenomeno mafioso". Il capo della polizia ha anche ricordato quando, dopo la sua scelta di "smettere la pelle di mafioso" lo stesso pentito gli "affidò" la sua famiglia, alla quale oggi Manganelli al telefono ha espresso il suo cordoglio. (FONTE ANSA)

Aggiornamento h 17:24 . "Un mafioso per caso, e un personaggio di notevole umanità, semplice e diretto, e un acuto osservatore del suo mondo rovesciato". Lo dichiara in una nota Pino Arlacchi, autore del bestseller tradotto in 12 lingue "Gli uomini del disonore", pubblicato a cavallo tra le stragi di Capaci e Via D'Amelio, e presentato da Paolo Borsellino a Roma nel giugno 1992. "Un uomo - dice Arlacchi - che ha commesso gravi crimini, e che ha saputo riscattarsi dando un grande contributo alle indagini contro la mafia siciliana. L'ho incontrato in segreto la prima volta per due settimane, e ho poi ricostruito le sue opere ed i suoi giorni in prima persona. Dai racconti di Calderone mi sono convinto della incredibile pochezza del materiale umano della mafia. I mafiosi sono piccoli uomini dentro grandi storie", conclude Pino Arlacchi, che ha manifestato il suo cordoglio alla famiglia di Antonino Calderone.


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