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La trattativa - 6

Le bombe superano lo Stretto
e i boss sono fuori dall'isolamento


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La strategia terroristico-mafiosa raggiunge il "continente" con le esplosioni a Firenze, Milano e Roma. E ai boss mafiosi non viene rinnovato il regime di 41 bis, il carcere duro (nella foto Maurizio Costanzo, presunto obiettivo della bomba in via Fauro, a Roma).

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“Come vi sentireste se una mattina vi svegliate e non c’è più la torre di Pisa?”. È con questo leit motiv che nel 1993 Cosa Nostra inizia a portare morte e distruzione in tutta la penisola. Totò Riina è in carcere, ma i suoi luogotenenti non si danno pace: Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Filippo e Giuseppe Graviano vogliono mettere a ferro e fuoco l’Italia. Vogliono che lo Stato allenti la pressione sulla mafia, alleggerisca le misure carcerarie, conceda gli arresti ospedalieri a boss come Pippo Calò e Bernardo Brusca.

Nino Gioè, uno degli esecutori della strage di Capaci, che in seguito morirà suicida nel carcere di Rebibbia, fa questa proposta a Paolo Bellini, neofascista, ricettatore e pseudo confidente delle forze dell’ordine. “Mi offrì il recupero di alcune opere d’arte rubate se riuscivo a mediare per avere degli alleggerimenti delle condizioni carcerarie dei boss”. Non se ne farà nulla.

Nella tarda sera del 14 maggio 1993 un’autobomba esplode in via Fauro, nel quartiere Parioli a Roma. Nello stesso momento dell’esplosione passa un’auto con a bordo il conduttore televisivo Maurizio Costanzo. Per molti anni quell’attentato sarà interpretato come una minaccia nei confronti del conduttore televisivo, protagonista di alcune trasmissioni antimafia in tv, che si era spinto fino ad augurare il cancro ai boss in diretta televisiva. Nella stessa strada però è parcheggiata una Y10 targata Roma 7A1762, che appartiene allo 007 Lorenzo Narracci, braccio destro del numero tre del Sisde Bruno Contrada. Proprio dopo la strage di Capaci, in mezzo ai rottami era stato trovato un biglietto con su scritto “Guasto numero 2. Portare assistenza settore numero 2. Gus, via Selci 26, via Pacinotti”. Quindi un numero di telefono, ovvero il cellulare di Narracci

Tredici giorni dopo Cosa Nostra concede il bis. Questa volta a Firenze esplode un Fiat Fiorino imbottito di tritolo, in via dei Georgofili, poco distante dalla galleria degli Uffizi. Questa volta muoiono cinque persone, tra le quali una bambina di appena 50 giorni. Il 29 giugno a Milano la sala d’aspetto del notaio Roveda è affollata. È il quel giorno che viene costituita “Forza Italia! Associazione per il buon governo”. Tra i principali ideatori del progetto, il manager di Pubblitalia Marcello Dell’Utri, l’ex democristiano Ezio Cartotto e l’avvocato penalista Cesare Previti: tutti intimi frequentatori di Silvio Berlusconi, proprietario tra le altre cose della Fininvest, della Mondadori e del quotidiano Il Giornale.

Il 27 luglio esplode l’ennesima bomba: questa volta a Milano, in via Palestro, dove muoiono cinque persone. Nella stessa notte altri due ordigni deflagrano a Roma senza fare danni: in piazza San Giovanni, e di fronte alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Il 10 agosto la Dia completa un’informativa segretissima in cui parla ufficialmente di possibile trattativa, analizzando il quadro degli elementi recenti. Tra le altre cose nella relazione si legge che “la strage di Capaci e l’omicidio di Salvo Lima sono da interpretare come due momenti significativi di una strategia a difesa di Cosa Nostra dopo la strage di via d’Amelio, Cosa Nostra è divenuta compartecipe di un progetto designato e gestito insieme ad un potere criminale diverso e più articolato. La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati. Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”.

Incredibilmente, nonostante gli allerta degli analisti della Dia, nel novembre successivo non vengono rinnovati 343 provvedimenti di carcere duro per detenuti mafiosi. Ad oggi non si saprà mai chi fu a dare l’input per quel provvedimento di revoca. Il guardasigilli Giovanni Conso dirà di aver agito “in assoluta solitudine”.


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