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La trattativa - 4

Mancino, Borsellino, Mutolo
E via D'Amelio il 19 luglio


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“Carissimo ingegnere, ho ricevuto la notizia che ha ritirato la ricetta dal caro dottore. Credo che è il momento che tutti facciamo uno sforzo. Come già ci eravamo parlati al nostro ultimo incontro, il nostro amico è molto pressato. Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo”. È il testo di un pizzino diretto a don Vito Ciancimino che sarebbe stato scritto da Bernardo Provenzano alla fine di giugno del 1992. La ricetta ritirata dal caro dottore sarebbe il cosiddetto "papello", l’elenco delle richieste di Cosa nostra allo Stato, ritirato da Massimo Ciancimino dal dottor Nino Cinà. L’amico molto pressato invece sarebbe addirittura Totò Riina, che secondo Provenzano subiva dunque pressioni esterne in quell’estate del 1992. Che tipo di pressioni fossero non è dato sapere.

Il primo luglio Paolo Borsellino sta interrogando segretamente Gaspare Mutolo, che ha appena deciso di collaborare con la giustizia. Durante l’interrogatorio però Borsellino si allontana dai locali della Dia perché viene convocato al Viminale, dove si sta insediando il nuovo ministro dell’Interno. “Vado da Mancino” dice a Mutolo. Per vent’anni però Mancino negherà di aver incontrato Borsellino quel giorno, ammettendo soltanto lo scorso 24 febbraio di “non escludere di avergli stretto la mano”. “Quando Borsellino tornò dal ministero era molto nervoso – racconterà invece Mutolo – era molto nervoso: a un certo punto mi misi a ridere perché stava fumando contemporaneamente due sigarette, una la teneva in bocca e l’altra in mano. Dopo Borsellino mi raccontò di aver incontrato il dottor Bruno Contrada che gli aveva detto: dica a Mutolo che se ha bisogno di chiarimenti sono a disposizione. A quel punto ho capito che il mio interrogatorio, che doveva restare  segretissimo, era in realtà il segreto di Pulcinella”.

Nel frattempo il papello arriva nelle mani di don Vito Ciancimino: sono dodici punti tra cui la dissociazione, già prevista per i brigatisti, estesa anche ai mafiosi, l’arresto solo in flagranza di reato e la defiscalizzazione della benzina in Sicilia. Richieste irricevibili, che provocano l’ira di don Vito. “E’ la solita testa di minchia” dice riferendosi a Riina, in presenza dei figli Giovanni e Massimo. Il 10 luglio a Palermo viene denunciato il furto di una Fiat 126. Nel 2009 del furto di quell’auto si è autoaccusato Gaspare Spatuzza, killer di fiducia dei fratelli Graviano, che avrebbe ricevuto l’ordine da Fifetto Cannella. Il 13 luglio Vito Ciancimino incontra di nuovo De Donno e Mori e gli mostra il papello, ma anche i carabinieri ritengono quelle richieste irricevibili: la trattativa s’interrompe.

Il 19 luglio è una domenica. Agnese Piraino Leto viene svegliata dalla voce di suo marito, Paolo Borsellino, che parla al telefono. “La partita è aperta” dice il magistrato, poco prima di sbattere bruscamente la cornetta del telefono. “Era Giammanco (allora procuratore capo a Palermo)” dice Borsellino alla moglie, raccontandogli anche che l’allora procuratore capo di Palermo voleva informarlo che l’indomani gli avrebbe conferito la delega per indagare anche sulla mafia di Palermo. “Lo sai che mi ha detto? Che così la partita è chiusa” urla infuriato Borsellino, che decide di passare la giornata con la famiglia nella casa di Villagrazia di Carini. Nel pomeriggio, il magistrato torna a Palermo per accompagnare la madre dal dottore. Sono le 16 e 58 quando Borsellino arriva in via Mariano D’Amelio, e scende dalla macchina per suonare il campanello del civico numero 19 (dove abita la madre). Nello stesso istante una Fiat 126 parcheggiata nei paraggi esplode in tutta la sua carica di morte. Nella strage, provocata da circa 100 chili di tritolo nascosti nell’auto, perdono la vita Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano ed Eddie Walter Cosina. Si salva per miracolo l’ultimo agente; Antonino Vullo, che era rimasto dentro l’auto blindata.


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