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L'antimafia del silenzio


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Ciò che preoccupa non è tanto l’ambiguità del Pd che un giorno dice di ritenere chiusa l’alleanza con l’Orco catanese e il giorno dopo decide di mantenere negli assessorati tutti i suoi uomini per continuare a spartire poltrone e rastrellare clientele. Ciò che inquieta non è tanto il doppio gioco del capogruppo Cracolici che un giorno sembra ubbidire alle direttive del segretario Lupo e il giorno dopo torna a traccheggiare con l’uomo di Grammichele per mantenere tutte le posizioni di potere acquisite nell’immorale stagione dell’inciucio; una stagione durante la quale il Pd, travestito da partito delle riforme, ha dato sostegno e copertura politica a un presidente della Regione inquisito per mafia. Ciò che veramente inquieta, in questo torvo gioco delle apparenze, è il silenzio del senatore Giuseppe Lumia che della malsana alleanza con Lombardo è stato il maestro compositore, concertatore e direttore d’orchestra.

Dove è finito Lumia? Le solite, informatissime indiscrezioni raccontano che l’ex presidente della commissione Antimafia, starebbe affilando l’ingegno per una sua nuova collocazione politica, quasi certamente all’ombra cardinalizia dell’Udc di Pierferdinando Casini e di Giampiero D’Alia, indicato dai salotti più influenti e trasformisti come il futuro Governatore della Sicilia. Ma non è questo il punto. La questione centrale resta un’altra. Se si vuole che alla Regione si apra finalmente una stagione di pulizia e di trasparenza, è necessario che Lumia, nella sua qualità di garante politico del lombardismo, dia finalmente alcune risposte e alcune spiegazioni. Soprattutto su quella singolarissima compagnia di ventura da tutti conosciuta come “l’antimafia degli affari”: quella antimafia, tanto per essere chiari, che non riesce a trovare né la forza né la voglia di staccarsi da un presidente ormai impresentabile non tanto per le sue maleodoranti storie giudiziarie quanto per la montagna di scandali contro la quale, uno dopo l’altro, si sono schiantati i suoi quattro governi. Lumia, è l’unico che sa. Lui sa quale filo segreto lega Lombardo al magistrato Massimo Russo o alla figlia di Rocco Chinnici, così attaccati alle poltrone da ignorare tenacemente la propria storia e la propria memoria. Lui sa quali fili legano Lombardo all’avvocato Gaetano Armao o al super ragioniere Enzo Emanuele, due personaggi già “pizzicati” dalle procure ma nonostante questo così forti (arroganti, stavo per dire) da pretendere il ricco premio Irfis in cambio di una loro definitiva uscita dai palazzi della Regione. Lui sa.

Certo, l’ex presidente dell’Antimafia non è nelle migliori condizioni per spiegare i passaggi più oscuri del film che lui ha diretto come sceneggiatore e come regista: la bruciante sconfitta del “suo” Ferrandelli, lanciato contro Leoluca Orlando alle elezioni comunali di Palermo, è stata una batosta micidiale, capace di stordire anche le ambizioni più spregiudicate. Ma se gli rimane ancora un po’ di orgoglio, e ne ha certamente tanto, e se veramente aspira a un ruolo di leader, non può rinviare a lungo il momento della verità. L’alleanza torbida tra il Pd e Lombardo, con l’indecente antimafia degli affari che ancora si mimetizza dentro quella alleanza, non è materia da archiviare senza una riflessione (o una confessione). Non è materia da affidare alle parole di un impappinato Cracolici secondo il principio, ah quanto ironico e farsesco, di “mamma comanda e picciotto va e fa…”. E’ una materia sulla quale è bene che si esponga in prima persona chi del lombardismo è stato l’ideologo, l’ispiratore e il vero tessitore. Sono certo che Lumia, pur tra i comprensibili imbarazzi, non mancherà all’appuntamento. Altrimenti sarà molto difficile, per tutti i siciliani onesti, cogliere la differenza che passa tra un leader e un capitano di ventura.


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