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L'assemblea del Pd

Lombardo perde la sponda
Governo senza maggioranza


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Il discorso di Lupo all'assemblea del Pd certifica la fine del controverso sostegno dei democratici al presidente della Regione. Che a breve potrebbe varare il più surreale dei rimpasti.


Se le parole hanno ancora un peso, da ieri sera il governo regionale guidato da Raffaele Lombardo non ha più una maggioranza all’Ars.  "Il Pd non può più sostenere un presidente della Regione che ha subito l'imputazione coatta per concorso esterno in mafia". Tanto ha detto il segretario regionale del partito Giuseppe Lupo  nel corso della drammatica assemblea regionale di ieri. Si tratta di una presa di posizione ufficiale, assunta dal massimo organo del partito  in un contesto solenne come quello dell’assemblea. Il valore politico di quelle parole è indiscutibile. E sancisce la fine di  un rapporto controverso e discusso, quello tra il Partito democratico e Raffaele Lombardo, che di fatto da tempo tiene in vita la giunta regionale.

A completare l’epitaffio per il governo, Lupo ha aggiunto un passaggio altrettanto definitivo: “Io credo che il partito abbia pagato l'inefficienza del governo regionale, al quale abbiamo più volte chiesto di rilanciare la concertazione con le forze produttive, imprenditoriali e sindacali, ma il governo si è dimostrato inadeguato ed è il momento di uscirne”. Un certificato di fallimento con tanto di bollo del partito numericamente più consistente tra quelli che all’Ars hanno sostenuto fin qui Lombardo.

Se il governatore guardava all’assemblea dei democratici con qualche aspettativa, di certo si può dire che non ha ricevuto buone notizie. Le due correnti filogovernative che avrebbero dovuto impallinare il segretario Lupo non hanno portato a termine la missione. Hanno preferito ritirare la mozione, in nome dell’unità, ma dai resoconti dei cronisti emerge che non avrebbero avuto i numeri per mandare a casa il segretario eletto dalle primarie e prendere in mano il partito. “Sono rimasti quattro amici al bar”, ha sintetizzato a modo suo il sempre sagace Mirello Crisafulli. La mediazione proposta dal paziente Nino Papania (tra i filogovernativi il più lucido nel mettere a fuoco che i tempi erano mutati)  di una guida collegiale del partito è passata ma solo in parte. Lupo, infatti, resta al suo posto, e le correnti si dovranno accontentare di un fantomatico ufficio politico che affiancherà il segretario senza prenderne il posto.

Le contraddizioni interne e i mal di pancia in casa democratica restano tutti, tra lo sconcerto di una base sempre più avvilita. La partita per decidere le alleanze in vista delle regionali rimane aperta. Ma certo, le quotazioni di un patto elettorale con Lombardo oggi appaiono in calo. Per l’alleanza “larga” aperta ai moderati i democratici cercheranno probabilmente in prima battuta l’Udc, gradita a una larghissima fetta di partito. Se quel patto maturerà (è presto per poterlo prevedere), la ben nota idiosincrasia di Gianpiero D’Alia verso Lombardo renderà complicata un’inclusione dell’Mpa, o di ciò che ne prenderà il posto, nella pattuglia. Di questo però ci sarà tempo per parlare: il Pd per ora ha deciso di non decidere, e questa è diventata un po’ la sua specialità.

A Lombardo, adesso, dopo aver annunciato per luglio le sue dimissioni, restano due mesi di governo senza più maggioranza. Che potrebbero tradursi in un supplemento di agonia, prospettiva poco entusiasmante per i siciliani. C’è da capire se gli assessori “tecnici” considerati in quota Pd, da Pier Carmelo Russo a Mario Centorrino, resteranno comunque al proprio posto fino alla fine. O se faranno altro spazio per il più surreale dei rimpasti di governo, che consegnerà alla Sicilia nuovi assessori regionali “da consumarsi preferibilmente entro il 28 luglio”.

 


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