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L'accusa

Tangenti, affari e cimici
"Cuffaro favorì Provenzano"


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accusa, cuffaro, provenzano, Cronaca, Politica
Un processo appiattito su quello già celebrato, che non ha tenuto conto di una serie di elementi. Elementi che vanno riletti perché confermerebbero i rapporti fra Totò Cuffaro e Cosa nostra e proverebbero l'esistenza di un patto politico-mafioso che serviva per raccogliere voti e fare affari nella sanità. La requisitoria del procuratore generale Luigi Patronaggio va oltre le accuse che sono già costate all'ex governatore una condanna a sette anni per favoreggiamento aggravato. Il processo per concorso esterno in associazione mafiosa, secondo il pg, non può concludersi con il proscioglimento per ne bis in idem. È sacrosanto che una persona non possa essere giudicate due volte per gli stessi reati, ma stavolta saremmo in presenza di fatti nuovi. Tre, in particolare.

L'intercettazione male interpretata
Nel 1998 i carabinieri indagavano sui mafiosi della Madonie. Una delle tante microspie piazzate in giro per stanare i mafiosi della provincia di Palermo captò la conversazione fra uno degli indagati, Gino Liberto, e il figlio. Chi ha ascoltato le conversazione avrebbe commesso un errore trascrivendo la parola “accuparo” al posto di Cuffaro. Dal contenuto della frase, però, secondo il procuratore generale, emergerebbe un riferimento evidente all'uomo politico. Liberto: “... mi ha detto che a lui... al ministro dell'Agricoltura... accuparo... all'assessore... lo... lo può avere dove vuole... si devono passare gli ordini...”. Siamo nel 1998 e Totò Cuffaro allora era assessore regionale all'Agricoltura. Sarebbe lui il personaggio a cui si sarebbero rivolti i mafiosi. In un passaggio successivo Liberto si sarebbe pure raccomandato di fare attenzione alle microspie, certo, però, di un intervenuto di Cuffaro in caso di guai. Le rete di talpe in Procura di cui l'ex presidente della Regione e Michele Aiello erano due tasselli fondamentali sarebbe, dunque, esistita ancor prima che Cuffaro diventasse presidente della Regione?

Le tangenti per le cliniche private
Secondo il procuratore generale Luigi Patronaggio, Cuffaro avrebbe "avvantaggiato il mandamento mafioso di Brancaccio, la famiglia mafiosa di Villabate e concretamente gli interessi di Cosa nostra e di Bernardo Provenzano nella sanità attraverso Michele Aiello". E' emersa una vicenda di tangenti raccontata dall'imprenditore messinese, e gola profonda, Antonino Giuliano. Quest'ultimo ha ricostruito gli interessi del boss bagherese Michelangelo Alfano nel mondo della sanità. Alfano progettava di costruire delle cliniche private e aveva trovato la sponda necessaria in un altro imprenditore messinese, pronto a mettere a disposizione i suoi terreni. Per mandare in porto l'affare, secondo quando racconta Giuliano, bisognava, però, pagare una mega tangenti da dieci miliardi di lire al duo Aiello-Cuffaro. L'affare saltò e la mazzetta non sarebbe stata pagata.

Il verbale di Gioacchino Pennino
Tra gli atti del processo di primo grado che, secondo il procuratore generale, vanno riletti c'è anche un verbale di Gioacchino Pennino, il pentito che ha ricostruito i perversi legami fra la mafia e la politica. Nel 2003 Pennino ha raccontato che alle elezioni comunali di Palermo del 1989 la mafia decise di appoggiare una sfilza di giovani democristiani, tra cui Totò Cuffaro. Attraverso di loro la mafia voleva penetrare nel consiglio comunale del capoluogo siciliano. In particolare, l'appoggio sarebbe arrivato dalle famiglie mafiose di Brancaccio, Ciaculli, Santa Maria del Gesù e Villagrazia. Il grande registra dell'operazione sarebbe stato Gaetano Zarcone (era proprio di Santa maria del Gesù), il penalista che all'inizio degli anni Novanta fu condannato per avere partecipato al tentativo di ammazzare il boss di Porta Nuova Gerlando Alberti. Fu lui a portare in carcere la fiala con il veleno che doveva stroncare la vita del capomafia che invece sventò l'agguato.

Il pg concluderà la requisitoria il 30 maggio. Una requisitoria su cui, per stessa ammissione del procuratore generale, sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica: "Prendo la parola sapendo che c'è un diffuso movimento popolare che grida all'innocentismo nei confronti dell'imputato Salvatore Cuffaro. Parafrasando Alcide Gasperi, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me. Al di là delle suggestioni ci sono elementi giuridici meritevoli di essere sviscerati. Ci troviamo di fronte a fatti di oggettiva gravità". Luigi Patronaggio, rivolgendosi al presidente della Corte d'Appello Biagio Insacco, ha chiesto che non si facciano "discriminazioni tra imputati di concorso esterno in associazione mafiosa. Tutti vorrebbero mettere una pietra sopra questo processo". Poi, ha ricordato che Cuffaro sta scontando una pena definitiva a sette anni , "sta avendo un ottimo comportamento in carcere" ma "tutto ciò non deve impedire a procedere con la giusta severità. Sono fatti su cui nessuno può chiudere gli occhi".

 

 


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