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E' ora di chiudere l'Ars


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Ricapitoliamo. La Sicilia ha un presidente della Regione quasi dimissionario, che ha già fissato per fine luglio la data in cui toglierà il disturbo. L'Assemblea regionale siciliana, dopo il mezzo disastro del Bilancio impugnato due volte, tira a campare spaesata. Il partito numericamente più consistente della maggioranza di governo, il Pd, ha preso una posizione ufficiale, mettendo nero su bianco che non si può più sostenere il governo guidato da Raffaele Lombardo, dopo l'imputazione coatta per mafia, giudicandone l'azione “inefficace”.

È bene rammentare tutto questo prima di commentare il mini-rimpasto varato da Lombardo, che ha inserito in giunta Alessandro Aricò e Beppe Spampinato. Bisognava sostituire gli assessori che si erano dimessi, ha argomentato il governatore, commentando la surreale mossa decisa quando mancano due mesi alle annunciate dimissioni. Piccolo dettaglio: il posto lasciato da Andrea Piraino era vacante da gennaio. E in questi cinque mesi non c'è stata nessuna fretta di sostituirlo. Basterebbe questo per mostrare ciò che è in realtà sotto gli occhi di tutti e cioè che il mini-rimpasto si muove in una logica squisitamente politica, per ricompensare alleati e rafforzarli in vista della prossima scadenza elettorale. Il tutto, per di più, senza nemmeno più preoccuparsi di rispettare l'ipocrisia della natura “tecnica” del governo, alla quale ormai non crede più nessuno da un pezzo.

Secondo qualche oppositore, il rimpasto sarebbe il preludio a un ripensamento di Lombardo sulle sue dimissioni. Noi non ci spingiamo a tanto e continuiamo a credere a quanto pubblicamente il governatore ha annunciato nei giorni scorsi. Ma registriamo, di conseguenza, che alla Sicilia toccano in sorte due assessori con la data di scadenza stampata in fronte, nominati per soli due mesi. E questo potrebbe essere soltanto l'inizio di una raffica di nomine tra governo e sottogoverno, che rischiano di diventare il leit-motiv di questo ultimo strascico di legislatura.

Lo diciamo senza mezzi termini: avremmo gradito che tutto questo fosse risparmiato alla Sicilia. Una stagione è finita e la classe politica farebbe bene a prenderne atto, cercando di entrare in sintonia con il sentimento popolare. Qualche giorno fa, Francesco Musotto lanciò da questo quotidiano la proposta di dimissioni di massa ai colleghi deputati per porre fine all'agonia della legislatura. Ne servirebbero 46 di dimissioni per sciogliere l'Ars senza attendere oltre. L'alternativa è una mozione di sfiducia, che oggi è stata invocata dal democratico Davide Faraone e dal leader dell'Udc Gianpiero D'Alia. L'idea delle dimissioni in massa era stata evocata anche dal gruppo del Pdl. Bene, crediamo che sia giunto il momento per darle seguito. Per quanto tardivo, sarebbe comunque un segnale per i siciliani, un sussulto di dignità di una classe politica sempre più distante dalla gente, che nell'ultima tornata elettorale ha dimostrato la sua esasperazione con un altissimo tasso di astensionismo e con scelte dentro l'urna spesso dettate da un intento punitivo nei confronti dei partiti.

È il momento, insomma, di affidare alla storia questa legislatura, senza proseguire in questo accanimento terapeutico che ben poco ha a che vedere con i problemi e le esigenze dei siciliani. E piuttosto che lasciare sulle spalle di un uomo solo il peso di questa decisione – fino a ora soltanto annunciata – forse farebbero meglio gli stessi deputati a decretare la fine dei giochi, senza ulteriori rinvii e dilazioni che in politica offrono sempre il fianco al sospetto di possibili ripensamenti.

Per venirne a capo “bastano” 46 uomini di buona volontà, disposti ad assumere una decisione senza ambiguità. Da oggi chiediamo a quanti ci stanno di farsi avanti, senza tentennamenti. Per scrivere su un'ideale lavagna i loro nomi accanto a quelli di chi, invece, ritiene opportuno prolungare oltremodo l'esistenza della legislatura. Lasciando ai siciliani il giudizio sulle scelte di ciascuno.



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