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L'assemblea regionale del Pd

Lupo vince, ma di misura
Adesso non guida solo lui


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“Devo comunicare una cosa all'assemblea”. Il segretario regionale del Pd Giuseppe Lupo, in quel momento, ha capito che l'ha scampata. Che ha vinto, seppur di misura. La mozione di sfiducia, infatti, finisce  sepolta dalle assenze di massa. Ma adesso la sua direzione del partito resta in piedi grazie alla stampella di un “ufficio politico” che rispecchi le anime (tante) del partito.

“Devo comunicare una cosa all'assemblea”, dice Lupo, proponendo un documento col quale sa di vincere, ma di non stravincere. In quel momento, la resa dei conti è finita. E sono finiti anche i conti, a dire il vero, durati tutta la giornata. I conti dei presenti e degli assenti che non sono tornati, alla fine, al duo Cracolici-Lumia, che pochi minuti dopo riuniranno i firmatari della mozione dietro un separè della sala convegni, ammettendo che “di quei 188 che hanno firmato la mozione, oggi qui ce ne sono molti di meno. Quale sia il motivo, non lo sappiamo”. Così, l'unica soluzione è stata quella di ritirare la mozione di sfiducia, “trattando”, però, la creazione di quell'ufficio non meglio precisato che potrebbe anche comprendere, oltre ai rappresentanti delle diverse correnti, anche i segretari provinciali del partito. Anche la sconfitta, quindi, perché di sconfitta si tratta, è di quelle recuperabili, proprio grazie alla novità spuntata fuori all'ultimo minuto di recupero di una giornata iniziata presto, al San Paolo Palace hotel, dove si sono presentati molti dei quasi 380 componenti dell'assemblea. Pronti ad assistere alla “resa dei conti”. Al “mezzogiorno di fuoco” del Pd siciliano. Ma a mezzogiorno, quell'assemblea non era ancora nemmeno iniziata. Segno di un dialogo che proseguiva anche oggi, nonostante gli ostacoli dei giorni scorsi.

Un dialogo portato avanti soprattutto dagli uomini di Innovazioni, Nino Papania in testa, apparentemente il più soddisfatto. “Finché c'era tela, era giusto provare a tessere”, dirà alla fine dell'assemblea. E non è una novità. Già nel giugno scorso è servito una specie di “lodo Papania” per appiccicare, grazie al collante di un testo vago e per questo efficace, le anime già in rotta del Pd. Una mediazione che non ha convinto Alessandra Siragusa: "Trovo assurda l'idea di un segretario regionale non sfiduciato ma commissariato di fatto dagli stessi dirigenti locali che hanno portato il Pd al tracollo elettorale con le loro lotte fratricide". Mentre Davide Faraone parla addirittura di “ennesima 'pupiata' del Pd siciliano. Anche questa volta la sconfitta elettorale non avrà responsabili. Tutti ai propri posti. Coloro che hanno presentato la mozione di sfiducia, e coloro che l'hanno subita”.

Il documento su cui si è raggiunto l'accordo, però, alla fine non verrà nemmeno votato, perché non previsto all'ordine del giorno. In poche righe, comunque, Lupo si dice disposto ad accogliere quel supporto che qualcuno nei giorni scorsi aveva definito un “direttorio”, a patto che venisse ritirata la mozione di sfiducia. Nel testo, approntato in pochi minuti, c'è anche una netta condanna del governo Lombardo e la richiesta che il governatore “formalizzi” le sue dimissioni. Un passaggio, quest'ultimo, che non è piaciuto ad Antonello Cracolici: “Ma che significa? Ci stiamo preparando alle elezioni anticipate proprio perché il governatore ha detto che si dimetterà il 28 luglio...”. Ma la sostanza, è passata. E ha convinto, insieme ai numeri che non tornavano, i presentatori della mozione a fare un passo indietro: “Dovremmo affidarci a un uomo che arriva da Roma?” ha commentato Cracolici, riferendosi all'ipotesi commissariamento, non del tutta esclusa nell'intervento del componente della segreteria nazionale Nico Stumpo: “Il Pd in Sicilia è andato largamente male”.

Ma quantomeno, oggi, ha evitato la conta. “Che ci avrebbe lasciato più incasinati di prima”, ha proseguito Cracolici. Che, però, quel voto lo aveva richiesto. “Ma si sono accorti – il caustico commento a fine assemblea di Mirello Crisafulli – di essere rimasti quattro amici al bar”. In realtà i firmatari della mozione erano un po' più di quattro. E per prendere la decisione di ritirare la sfiducia hanno dovuto riunirsi dietro i pannelli della sala convegni del San Paolo Palace. L'immagine plastica delle divisioni del Pd. Da una parte c'è un segretario che esce un po' più forte, e un po' meno libero. Dall'altra, c'è un gruppo di delegati che si chiede dove siano finiti gli altri firmatari della mozione e che sottolinea i “noi e i loro” tra le fazioni. Un po' come se si trattasse di una lite in famiglia. Che dietro il separè si materializza in esempi eccellenti.

Ma alla fine di quel confronto serrato, ecco l'interpretazione delle aree Cracolici-Lumia, Innovazioni e Letta: “Abbiamo ritirato la mozione di sfiducia per senso di responsabilità: non era certo con un voto in più o in meno rispetto alla formale approvazione della mozione, che avremmo risolto i problemi del Pd siciliano. Eravamo anche contrari al commissariamento romano: non era questa la 'medicina' adatta. La crisi del partito - prosegue la note - è sotto gli occhi di tutti. Ritirando la mozione di sfiducia e promuovendo una gestione collegiale, capace di coinvolgere le anime del Pd, abbiamo investito in un percorso per guidare il partito verso le prossime elezioni regionali: solo ritrovando unità e una linea politica chiara potremo essere promotori credibili di progetti e larghe alleanze in grado di vincere e governare, per garantire lo sviluppo della Sicilia. E’ l’ultima possibilità che ha il Pd, e chi lo dirige, per uscire da una situazione che ancora oggi appare confusa e incerta”.

E il modo di uscire da questa situazione Giuseppe Lupo a dire il vero lo aveva indicato senza mezzi termini nella sua relazione: “Il Pd non può più sostenere un presidente della Regione che ha subito l'imputazione coatta per concorso esterno in mafia”. Insomma, ecco la bordata. Il cuore del problema. Il motivo vero delle divisioni. “Ma se c'è una cosa che mi ha contraddistinto - ha proseguito Lupo - è stata la ricerca dell'unità. Questa mozione di sfiducia è stata centrata sul tema delle alleanze e io credo che si possa e si debba lavorare ad alleanze larghe ma solo a partire dall'unità del centrosinistra. Io credo – il nuovo affondo - che il partito abbia pagato l'inefficienza del governo regionale, al quale abbiamo più volte chiesto di rilanciare la concertazione con le forze produttive, imprenditoriali e sindacali, ma che si è dimostrato inadeguato. Noi – ha concluso - la Sicilia la vogliamo governare ma vincendo le elezioni". Già. Perché da domani si riparte, in vista delle Regionali, con le stesse divisioni di ieri. Da comporre, stavolta, nel luogo ancora immaginario del nuovo “ufficio politico” del Pd siciliano.


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