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Siamo tutti Milito?


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Qualche anno  addietro, mentre  assistevo ad una partita di calcio della squadretta in cui giocava mio figlio dodicenne, avvenne un episodio che ritengo paradigmatico per quel che vorrei cercare di condividere con il lettore che non si è ancora stufato  di leggere “La timpulata allegra”.

Nel corso della partita i cambi tra i giocatori si susseguivano senza un particolare vincolo numerico e ragazzini già sostituiti potevano rientrare in campo dopo un certo tempo di “panchina”.

Quando mancavano circa 10 minuti alla fine della partita, la squadra per la quale tifavo (è facile immaginare quale fosse) perdeva 2 a 1 e in quel momento mi accorsi che i due migliori giocatori della “nostra” squadra (preciso che nessuno dei due era mio figlio) erano in panchina.

Mentre tra me e me pensavo a come mai l’allenatore non facesse entrare i più bravi per tentare di pareggiare, a una interruzione del gioco mi accorgo che il “mister” richiama in panchina due giocatori. Penso allora: “Hai visto sta facendo entrare quelli che potranno ribaltare il risultato?”. Invece con mio grande stupore l’allenatore manda in campo due ragazzini in notevole sovrappeso (per non dire obesi) che non avevano pressoché alcuna confidenza con il pallone e che certamente non avevano la struttura fisica di un buon calciatore dodicenne.

La squadra di mio figlio perse la partita 3 a 1 e i due “robustelli” non toccarono il pallone neanche una volta; anzi, l’unica volta che ci fu un contatto tra uno di loro e la sfera fu soltanto per caso!

Alla fine della partita, più per tentare di capire, che non perché avessimo perso una partita invece recuperabile, mi avvicinai all’allenatore e gli chiesi come mai, sul risultato di 1 a 2, avesse fatto entrare quelli che una volta venivano definiti “i brocchi” e non invece i bravi.

La risposta mi raggelò, anche se dovevo aspettarmela.

“Dottore – mi disse il mister – quei due ragazzini avevano giocato soltanto 10 minuti nel corso della partita e, per un fatto di equità, alla fine tutti devono giocare bene o male lo stesso tempo”.

La mente, a quel punto, tornò indietro di 40 anni a quando, adolescente, giocavo all’oratorio dei salesiani sotto casa.

Il ricordo più nitido di quel tempo è legato al mio ruolo di “riserva”.

Solitamente nelle partite di campionato non giocavo mai o, se giocavo, era sempre quando si vinceva con almeno 2 goal di scarto e non quando si perdeva.

Certamente, anche allora il calcio era lo sport “principe” e tutti avrebbero voluto giocare ed essere protagonisti, ma quello che era sideralmente diverso da oggi era il concetto che: “chi vince è la squadra e non il singolo”, “gioca chi è più bravo”, “se non gioco vuol dire che non sono meritevole”, “devo saper stare in panchina, se occorre anche per l’intera partita”.

Certamente a nessuno fa piacere non giocare, ma lo sport è per antonomasia scuola di meritocrazia. Vince o, nel nostro caso, gioca chi lo merita, chi è più bravo. Allora come si può accettare che, perdendo una partita, rimangano fuori i migliori ed entrino i brocchi? Cosa devono pensare i bravi, che sanno di esserlo, ma devono restar fuori a guardare i brocchi? Che significato ha essersi impegnati allo spasimo per poi perdere una partita che si poteva vincere? Sono domande per cui c’è una sola risposta. Ed è sempre la stessa: è politically correct far giocare tutti “bene o male lo stesso tempo”.

Ma quale politically correct e politically correct del cavolo, questa è una scuola di comportamento che non insegna niente a nessuno e principalmente che mortifica tutti.

Mortifica i bravi che non vedono riconosciuti i propri meriti, mortifica i brocchi che si vedono tali e vengono derisi dagli altri, mortifica il mister che dovrebbe mandare in campo la squadra più forte e invece utilizza il “Manuale Cencelli” per scegliere chi e quanto deve giocare.

Allora bisogna capire perché (e tengo a precisare non è quello della partita di mio figlio un episodio isolato) avviene esattamente l’opposto di ciò che dovrebbe avvenire. Avviene, perché tutti i genitori hanno insegnato ai propri figli che sono i migliori, che nessuno può essere una spanna più avanti di loro, che loro sono totipotenti e lo sono qualunque cosa facciano. Mi ricordo che mio padre, quando ero adolescente, mi spronava sempre con una critica affettuosa, ma costante. Quando capii che il calcio non era lo sport  per me o meglio che io non ero fatto per il calcio, decisi di cambiare sport.

Per alcuni anni giocai a rugby (peraltro uno sport bellissimo), certamente non celebre come il calcio, ma divertente, istruttivo e dove, al contrario di come il profano possa credere, bisogna mettere “la zucca” per giocare bene e non soltanto la “fisicità”.

Ma il punto non è quale altro sport si pratichi, il punto è entrare nell’ottica che si può praticare uno sport diverso dal calcio, per il quale si è naturalmente più proclivi e che in realtà, se lo si prova, potrebbe anche piacere di più.

Un ragazzo che a 14 anni è alto 1 metro e 78 cm dovrebbe provare a giocare a pallavolo o a pallacanestro, chi ha una struttura fisica diciamo robusta potrebbe cimentarsi nel lancio del peso, o nella lotta, o ancora nel sollevamento pesi, quell’adolescente che è un longilineo astenico potrebbe provare il fondo o il mezzofondo, chi vive nelle città di mare potrebbe far vela o windsurf o canottaggio, chi abita nelle valli dovrebbe fare sci agonistico o pattinaggio sul ghiaccio o anche bob, slittino ecc.

Esiste certamente tra tutte le discipline sportive uno sport in cui ciascuno può divertirsi e, al contempo, essere competitivo. E invece no, tutti vogliono giocare a calcio, tutti vogliono tentare di diventare Milito, Del Piero o Totti. Perché tutti calcio? Perché soltanto calcio? Perché la nostra società, e questo è veramente drammatico, tende a omogeneizzare i desideri e a creare dei modelli e dei miti unici. Ciò avviene anche nello sport. La televisione e i giornali parlano e scrivono soltanto di calcio, il calcio è lo sport più diffuso e più praticato (ma non per questo il più bello per tutti) e allora io, invece di provare altro per il quale istintivamente e fisicamente sono di gran lunga più portato, “devo giocare a calcio”. Perché tutti lo fanno. Perché tutti devono indossare gli stessi vestiti, parlare la stessa lingua, sentirsi uguali e quindi fare anche lo stesso sport.

Quando ero ragazzino (circa 45 anni fa) il calcio era anche allora lo sport più diffuso, quello di cui i giornali, la radio e la neonata televisione parlavano di più ed era anche lo sport più praticato. Ma certamente non in questa misura totalizzante, monopolistica, assoluta di adesso.

Oggi gli altri sport (circa 200 discipline) sono davvero negletti. Se si consultano i quotidiani sportivi, in un giorno qualunque, si scopre che al calcio viene dedicato il 90% dello spazio. Se verifichiamo lo spazio televisivo sportivo, questo è pressoché interamente appannaggio di questo  dio dei tempi moderni.

Torno a pensare ai compagni di mio figlio che giocarono quegli infausti ultimi 10 minuti. Cosa avranno pensato alla fine della partita? “Che brutta figura”, “forse era più giusto e più sportivo fare entrare in campo i nostri compagni più bravi” “ma chi me lo fa fare a praticare uno sport dove sono decisamente un brocco?”.

Questa è l’“ipotesi A”, quella cui disperatamente mi aggrappo e in cui voglio credere.

Ma purtroppo esiste anche “un’ipotesi B”.

E qui entra in gioco la grande responsabilità dei genitori di oggi.

Durante il ritorno a casa, dopo la partita, inizia la grande mistificazione della realtà. Il papà o la mamma, nel tentativo di proteggere il loro figlio dall’urto con la realtà, la stravolgono. “Alla fine avete perso, ma tu hai giocato bene”, “chiunque fosse entrato al tuo posto non avrebbe potuto fare di meglio”, “vedrai che col tempo diventerai un campione”, “se l’arbitro avesse concesso quella punizione...”.

La nostra è la società del fittizio e della mistificazione.

Siamo tutti belli (e se non lo siamo, facciamo di tutto per esserlo e se non ci riusciamo ci diciamo che lo siamo). Siamo tutti intelligenti (chi può provare il contrario? Tra l’altro c’è il computer che pensa per me e quindi con lui accanto nessun è più intelligente di me). Siamo tutti colti (Internet mi dà il sapere a prezzi scontati). Siamo tutti uguali.

E invece no, a dispetto di questo credo corrente, siamo tutti diversi!

Non sarebbe più giusto e più utile per i giovani insegnar loro che invece non tutti siamo bravi allo stesso modo e per forza nelle stesse cose (discipline sportive, mestieri o hobby che siano)?

Insegnar loro che vi sono persone capaci di suonare divinamente la chitarra a orecchio e persone che non saranno mai capaci, anche dopo anni di lezioni, di suonarla discretamente; che vi sono grandi manager incapaci di riparare una presa elettrica o appendere un quadro e persone con minori responsabilità sociali che hanno grandi, utilissime capacità manuali; che vi sono persone che non sono belle (secondo l’imperante canone estetico mass mediale) come Carla Bruni ma possono anche essere più interessanti, colte, simpatiche, affascinanti e principalmente possono piacere ad un uomo più di tutte le “Carle Bruni” del mondo?.


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