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CATANIA. PARLA IL PENTITO LA CAUSA

"Un patto fra mafia e massoneria
per gestire affari e processi"


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“Esistono uomini d'onore riservati, che nessuno conosce, per consentire l'infiltrazione mafiosa negli appalti e attuare strategie precise anche all'interno della stessa organizzazione”. Intelligence mafiosa e massoneria nelle parole del superpentito catanese Santo La Causa, ex reggente militare della famiglia Ercolano-Santapaola, che ha iniziato a collaborare da quindici giorni con la giustizia. Quindici giorni in cui si sta delineando, attraverso un interrogatorio in gran parte secretato, l'esistenza di stretti rapporti tra la Cosa nostra catanese e la massoneria per l'affiliazione in gran segreto di uomini fidatissimi. Non solo armi, droga ed estorsioni, La Causa parla del livello superiore, quello dei colletti bianchi della famiglia mafiosa.

Mafia e massoneria
I componenti della cupola catanese, per primo Vincenzo Santapaola, figlio di Nitto, ritenuto il “vero capo”, avrebbe intrattenuto stretto contatti, attraverso alcuni avvocati, con logge massoniche di altissimo livello. Logge che avrebbero consentito al capomafia catanese di ottenere persino l'assoluzione in un importante processo. La Causa va dritto al cuore del noto “Caso Catania”, tirando in ballo i Riela, massoni e mafiosi legati dalla "fratellanza" con  potenti catanesi. "Ho saputo da Enzo Santapaola, il figlio di ‘Nitto’, - dice La Causa ai pm - che l’avvocato che lo difese nel processo per l’omicidio del figlio di Riela e che era stato pagato dal padre della vittima, era massone al pari di Riela, fratello della vittima, attualmente detenuto". Il boss Enzo Santapaola avrebbe fatto "capire" a La Causa "che l’avvocato avrebbe potuto aiutarlo nella vicenda giudiziaria anche in ragione delle sue conoscenze derivanti dall’appartenenza alla Massoneria. Non so dire comunque -conclude il pentito - se il Santapaola, che era colpevole, sia stato assolto per le amicizie del difensore o per una buona difesa”.

Il sistema dei “riservati”
“Dice il superpentito: “L'uomo d'onore riservato viene fatto dai familiari stretti ed è noto solo a chi lo ha ritualmente affiliato che poi decide quando e se presentarlo”. Un'affiliazione che serve, secondo La Causa, a “utilizzarli in modo occulto evitando di “bruciarli” e se il caso anche contro taluni esponenti della medesima organizzazione”. Il boss Antonio Motta e lo stesso Enzo Santapaola avrebbero riferito a La Causa che Ciccio Napoli, nipote di Giuseppe Ferrera, “è un uomo d'onore riservato”. “La stessa qualità - continua La Causa- ha avuto Lucio Tusa (nipote del boss Piddu Madonia ndr) per quanto mi ha riferito Aiello Vincenzo e mi confermò, sostanzialmente, lo stesso Tusa in una falegnameria in via Crispi a Catania”.

Il nipote di Piddu Madonia, arrestato nel novembre 2011, pochi giorni dopo l'arrivo a Catania del procuratore capo Giovanni Salvi, avrebbe parlato a La Causa “di un grosso affare che stava per avviarsi alla Playa e che voleva consegnare al nostro gruppo, chiedendo contestualmente di utilizzare anche proprie imprese”.

Il rito dell'affiliazione “riservata”, ha riguardato anche tale “Luciano”, uomo di fiducia di Angelo Santapaola. Un'affiliazione di cui La Causa parlò direttamente con Enzo Santapaola: “Si poteva accontentare il Santapaola -racconta il super-pentito ai pm- perché in realtà sia lui che i suoi uomini erano destinati a morire; per evitare di farlo presentare in giro io proposi ad Enzo Santapaola di affiliarlo con questa particolare modalità e così fece”.

La Causa conclude questa parte dell'interrogatorio ricordando che, nel 1998, durante una cerimonia ufficiale, Nino Santapaola, detto “U pazzu”, fu il suo padrino.

 




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