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IL RETROSCENA

Dentro la lunga notte del bilancio
E si scoprì che i "suoi" erano a dormire

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ars, bilancio, sicilia, Politica
Il presidente parla con l'assessore, sdraiato sulla sedia. Arrotola la carta. Che a quest’ora ha sempre un sapore diverso. Passi la Commissione bilancio, sala rossa, sala gialla (vatti a ricordare l'ordine, a quest'ora sono tutte in bianco e nero...). La sala stampa è per i disgraziati. Pochi metri più in là un gruppo di deputati aspetta sul divano. Qualcuno scherza. Qualcun altro dice che si lavora per non fare impugnare la Finanziaria dal Commissario dello Stato. Qualcun altro è convinto che a quest'ora, probabilmente, il Commissario dello Stato stia già dormendo...

Sono un po’ ostaggi, un po’ in attesa di un autobus che tarda ad arrivare. In quattro, appollaiati, sono storditi dal sonno. Le braccia cadute, come le palpebre. Sono dell’Udc, ma c’è un intruso. È dell’Mpa, ma nessuno in fondo se ne accorge. Il suo capo chiacchiera alla fine del corridoio. Arrotola carte. Gesticola lento, come l’ora impone. Parla con l’assessore. Ancora. Forse gli spiega perché non lo sarà più. Forse parla della sua tenuta di Ramacca. Forse delle “misure per la crescita”.

Il bar, poco distante, somiglia agli occhi del presidente. Un po’ spento. Un po’ vivo. Il vicepresidente dell’Assemblea regionale siciliana (uno dei due, a dire il vero), si muove leggero con una tazza in mano. Sorseggia. E attende. Mentre gli impiegati del bar cercano stipiti su cui poggiare il peso di una giornata lunga, troppo lunga. Al di là della porta a vetri, il Palazzo dei Normanni è più bello del solito. Illuminato e muto. E persino un po’ languido, nei riflessi regalati da una pioggia discreta. “Ni pigghiamo un corpu”, dice l’onorevole. “E io pirchì mi misi u cappottu?” risponde l’altro, che la sa lunga.

Non conosce cappotto, invece, l’assessore. Nella sua eleganza di pochette elegante, si staglia tra i passi lenti dei colleghi, che sembrano in pigiama. Sfoglia la rassegna stampa. Ma non è ancora quella del giorno dopo. Al di là del corridoio, c’è poca gente. Spunta un capogruppo, di quelli che contano. Qualcuno gli dice: “Che ci fai con quella valigia? Sembri un rappresentante di medicinali”.

Stiamo lavorando a una Finanziaria di rigore e sviluppo, sembra dire. È l’una di notte. Sono rimasti in pochi. “E coso, quello, c’è? È presente?”. Una pausa. Poi una risata. Ma quando mai. Quello “fa l’inferno in Aula”, e poi, quando c’è da aspettare, va a casa. Le luci in commissione sono spente. E c’è già chi ha trovato la penombra perfetta. Ha socchiuso gli occhi. “Bye bye, maxiemendamento”. Arriva qualche disturbatore della quiete. La penombra è invitante pure per lui. Si siede. Si sdraia. I piedi sul tavolino. Sta per abbassare gli occhi. Ma si arresta un attimo. Si sente osservato. C'è una sagoma, al buio. Qualcuno lo guarda. È alto. E secco. Inquieta un po’. Lui sonno non ne ha. Scrive sull’I-pad. Forse prepara il comunicato di domani, dove plauderà alla “Finanziaria di rigore e sviluppo”. Ma chiederà che adesso si cambi rotta, che il presidente faccia un passo indietro. Per il bene della coalizione. E per mantenere vivo il dubbio: sarà quello buono o quello cattivo?

“Ma io – dice un altro – che sto a fare qui? In fondo devo solo dire: noi non votiamo questo bilancio”. “Ma sei solo? E coso non c’è?”. È sempre lui. Quello che fa l'inferno in Aula. No, non c’è. Altra risata. Non c’è. Dalle dieci e mezzo quando il vicepresidente in qualità di presidente ha pensato bene di dire a tutti: “Serve un po’ di tempo, gli impiegati devono lavorare. Ci rivediamo a mezzanotte e mezzo”. Una carezza in un pugno. Con una mezz’ora in più. Che pesa quanto un’ora. Un’ora e mezzo. Quasi all’una e trentacinque circa, direbbe Vinicio, sono ancora tutti lì. Ma al bar non c’è rum, non c’è gin. Non ci sono bionde in giro. “Per cortesia”, dice l’assessore, “le bionde non m’interessano, ho rinunciato da tempo al peccato”. Lussuria o gola? Più probabile la seconda. Che spinge a restare lì. A cercare di raggranellare briciole di consenso, a quest’ora, poi, che le elezioni sono ancora un po’ più vicine. Sono le due e un quarto. “Ha partorito”, dice uno dei protagonisti, fendendo il corridoi con passi svelti e legnosi. Da sedicenne. “Il nome? E chi ha detto che il pupo sia uno solo?”. Già. Altro che emendamento. L’Aula ne accoglierà due, tre, quattro. Figli inaspettati di una fecondazione in vitro. Con dentro cromosomi di ogni partito.

Che poi, i partiti, dove sono? A quest’ora poi, che non c’è nessuno. O quasi. E nessuno s’offenderà, almeno fino a domattina. Quando sarà già stata approvata, con l'arrivo di un'alba che apparecchia sulla Cattedrale di Palermo la manovra di “rigore e sviluppo”. Di “risanamento e crescita”. Senza pensare troppo a Fondazioni ed enti. “E dire che ho un passato di un certo livello”. Lui è il capogruppo. Mica può andare via. “I miei?

Sono qui”, assicura. Ma il corridoio è vuoto. “Sono qui, stanno arrivando”. Ma il corridoio è vuoto. “Sono qui, ve l’assicuro”. E nel corridoio spunta solo la livrea assonnata di un commesso. “I miei?”. Spunteranno all’improvviso, quando serve. Se serve. Ma è l’una e trentacinque circa. Le due e trentacinque. Le quattro, le cinque, le sei. Già, forse “i suoi” dormono già. Insieme al Commissario.


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