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La domenica di Livesicilia

Siciliani, zoticoni e cosmopoliti


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la domenica di livesicilia
Passeggiando per le vie, ormai frequentatissime, del centro storico di Palermo siamo circondati da decine di monumenti, molti dei quali straordinariamente in contrasto tra loro. Attraversando le piazzette, ormai molto fashion, più interne, siamo avviluppati in un miscuglio di profumi e calori che ci invitano ad assaporare ed inspirare il nuovo. Quando alcuni di noi sono stati in Tunisia lo hanno anche confessato: si sentivano un po' a casa. Quando entriamo nella nostra invidiata Cattedrale dalla porta principale, abbiamo il privilegio unico di trovarci in doppio luogo di culto, potendo leggere un versetto del Corano inciso su una colonna. Perché il nostro Duomo è l'unico esempio di contenitore religioso al mondo che accetta e custodisce il verbo di una credenza “altra”.

Nel picco massimo di alfabetizzazione universitaria che Palermo abbia mai conosciuto, cioè oggi, non si sentono parole discriminanti, né si leggono sui muri scritte offensive verso altre culture. È chiaro che come non è consentito generalizzare in negativo, non lo è in positivo, per cui sono all'angolo e devo dire che alcuni figli dell'ignoranza tutt'oggi non si limitano nel condividere con gli altri le loro raggelanti considerazioni in materia.
Ma più dell'inglese e del francese, molto più del “continentale”, il siciliano è amichevole con chiunque. Perché noi siamo fatti così. Possiamo inseguire quello che ci taglia la strada per investirlo, possiamo urlare in faccia al capo-condomino quanto secondo noi è cornuto, siamo capaci diventare spine nel fianco per il pescivendolo che quella volta ci ha dato il merluzzo surgelato, e di questo ne andiamo anche un po' fieri. Ma guai a chi tocca il debole, il piccolo ed il diverso, soprattutto se non ti ha fatto niente.

Sì perché noi agli “altri” ci siamo abituati. Il Palermitano è cresciuto sapendo che in alcuni quartieri i nomi delle strade sono scritti in arabo, e anche se non abbiamo China Town come i newyorkesi, siamo abbastanza felici di comprare verdure a Ballarò. E non ci scordiamo che a fasi alterne gli “altri” eravamo noi. Ormai è storia ma, siamo stati letteralmente dominati nei tempo che furono. La Sicilia è stata terra fertile per quasi ogni civiltà mediterranea. Hanno fatto e sfatto, hanno inventato e distrutto, si pigghiarunu a lignate, alcuni hanno vinto e gli altri che hanno perso si nn'ieru. Per questo se guardiamo indietro, ma proprio indietro, sappiamo di avere sangue greco o spagnolo o chissà, entrambi.

Si è creato infatti nella modernità, un particolarissimo equilibrio secolare grazie al quale accanto alla sede del Comune, troviamo la parrucchiera indiana e accanto al locale del momento il pakistano dal quale compriamo spezie dicendo Salam, come ad un vecchio amico. A differenza dei super-multiculturali Americani, non hanno dovuto forzarci per farci rispettare leggi razziali, né abbiamo dovuto studiare per capire cosa sia la tolleranza.
Noi tolleranti ci siamo nati. Noi, discepoli di un'Italia predicante e mal razzolante, ci sentiamo dire ignoranti, cafoni, pagnottisti e trogloditi ma ridiamo quando Ficarra e Picone ci rappresentano come zoticoncelli un po' fuori dal mondo. Nel nostro essere zotici eravamo cosmopoliti quando ancora l'America manco l'avevano scoperta. Noi sudditi di un'Europa con i fucili puntati verso il mare non osiamo nemmeno chiamare soluzioni alcune trovate bestiali, e ancora restiamo intontiti quando sentiamo parlare di federalismo.

Perché a noi manca proprio il gene della diversità, della separazione. Alcuni sostengono che se in Sicilia non c'è la violenza che c'è al nord è grazie alla Mafia che “gli altri” li tiene sotto controllo. Io voglio credere che noi siciliani purosangue, figli di arabi e normanni siamo semplicemente persone non psicopatiche, forse pigre, che comunque non combattono guerre perse e che sorridevamo e basta, quando il Commenda dei commenda, Guido Nicheli, sbottava: “Uè Africa, giù dalla pianta!”

Siamo sereni noi, nella nostra ignoranza. È quella degli altri che ci preoccupa.


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