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Lo scandalo all'università

Per i morti e per i sopravvissuti


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La ricordo ancora quella finestra al piano alto della facoltà di Lettere. Un viaggio in ascensore. "Dov'è?". "E' lì". Da lassù si vedeva una chiazza sulle mattonelle. Era lo sguardo di Norman Zarcone, prima del suicidio. Seguirono rabbia e polemiche sulla scelta del dottorando. Le chiacchiere si incentrarono sul dilemma etico della vita spezzata per decisione inderogabile di chi la vive. Noi tentammo - dopo un momento inziale di sbandamento collettivo -una via d'uscita. La separazione della morte dal respiro. Lasciammo il suicidio al suo mistero, alle lacrime e alle rughe di un padre, Claudio, che iniziò una battaglia. E ci concentrammo, con un'inchiesta, sugli occhi di Norman.

Ora torniamo accanto a quella finestra e disegniamo intorno un confine. Di là è troppo buio, non ri riesce a scorgere nulla, se non uno spicchio cobalto di cielo. Di qua la realtà è una luce bianca e abbacinante. Di qua ci sono migliaia di Norman, universitari, bravi e onesti. Ma la compagna di viaggio della loro giovinezza è la disperazione, non la speranza, dentro un mondo che anticipa l'ingiustizia. Davvero, l'università è formativa. E' una scuola di sopraffazione.

C'era e non c'era bisogno dell'ultimo scandalo sugli esami comprati a Palermo. Fatta salva la concreta presunzione d'innocenza dei soggetti in causa, il clamore certifica e delimita un territorio aspro. Eppure, è irrilevante. Che l'ateneo genericamente inteso sia un crocevia di ammiccamenti e di scorciatoie per colui che può è certezza che appartiene al patrimonio di tutti. Non alla demagogia dei forconi. Non all'isterica ritualità della ghigliottina. Alla sicurezza di chi c'è passato, di chi ha subito, di chi ha sentito raccontare. Al netto delle teste pietrose che si lamentano per sanare ingiustizie che non hanno mai patito, la verità è nota. L'università italiana, nei suoi ruoli, nei suoi esami, nei suoi banchi, è le negazione di ogni principio di procreazione intellettuale. Vale per chi fa carne di porco dell'entusiasmo dei ragazzi. Vale per i docenti una tantum, che socchiudono mezzo occhio e sono colpevoli come gli altri, perché la rettitudine non si misura con la quantità. Vale perfino per i professori tutti di un pezzo, per gli inflessibili che assumono un ruolo surreale. L'unico scoglio non aggirabile - e perciò supremo ostacolo di ingiustizia - su un pianeta che rende ogni gibbosità del paesaggio malleabile, se le conoscenze e i prezzi sono giusti. Siamo tornati, col cuore timoroso, accanto alla finestra di Norman. Chi salverà i ragazzi che si ostinano a credere alla vita?


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