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Un detenuto catanese

Si uccide a pochi giorni dalla libertà


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Non avrebbe trovato uno straccio di speranza in quella libertà che gli sarebbe stata restituita nel giro di tre giorni: anzi, solo inadeguatezza a tornare nel mondo 'normale'. Ieri sera nel carcere di Livorno Agatino Filia, 56 anni, catanese, ha deciso di togliersi la vita impiccandosi con dei pezzi di stoffa. Aveva passato un lungo periodo della sua vita in carcere (anche per omicidio) e stava per uscire: domenica avrebbe finito di espiare l'ultima pena, per furto. Un gesto estremo che lascia nello sgomento polizia e personale civile del penitenziario: raccontano che era una persona introversa ma si era conquistato la fiducia di molti. Era seguito da una psicologa con cui di recente aveva avuto colloqui. Il carcere, in ogni caso, era diventato la sua casa: aveva anche pure un lavoro, addetto alle pulizie, con libertà di muoversi fuori dalla cella oltre l'orario stabilito. Ieri ha chiesto di poter ramazzare la scala che porta all'infermeria: lì la vigilanza è minore, lì si è ucciso.

"Penso che abbia avuto timore di uscire perché forse non aveva possibilità di accoglienza nella società - rileva il capo del Dap Franco Ionta - Altrimenti è impensabile commettere un atto così drammatico". Resta, aggiunge, che il suicidio di detenuti è "una sconfitta per l'Amministrazione e il sistema giustizia". Quest'anno in Italia sono oltre 50 i detenuti suicidi. "Era un uomo solo e angosciato da cosa la vita poteva rappresentare, aveva paura del futuro - racconta il garante dei detenuti di Livorno Marco Solimano - Sono molto colpito soprattutto se penso che di solito i detenuti contano i giorni che li separano dall'uscita. Provo dolore e amarezza perché è una responsabilità collettiva. In carcere la vita è come vista attraverso un caleidoscopio, ti 'sparcellizza', costruirsi un'identità è difficile. E' un mostro che ti mangia. Quando invece l'inclusione sociale è il fondamento della pena". "Non é il primo suicidio in carcere in prossimità di remissione in libertà - osserva il segretario della Uil Penitenziari Eugenio Sarno - E' plausibile parlare di sindrome da paura di adattamento sociale": un sistema "paralizzato dall'impossibilità di affermare il mandato rieducativo" non è in grado di preparare ad una nuova vita sociale.

"La via più radicale per eliminare tutti questi disagi - aggiunge Donato Capece, segretario del Sappe - sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e del ruolo del carcere". A Livorno, dati Sappe, ci sono 440 reclusi contro 284 posti, gli agenti sono 217 anziché 305. Le condizioni "inumane", afferma il senatore Marco Filippi (Pd), sono note ma "il ministero non ha mai fatto niente per migliorarle, tanto che si potrebbe parlare di una precisa volontà, quasi un'istigazione al suicidio". Filippi propone di riaprire il carcere di Pianosa per alleggerire l'affollamento degli istituti toscani. Di fronte a un caso come quello di Livorno "a fare autocritica non deve essere solo l'amministrazione penitenziaria, ma anche la famiglia, gli enti locali, la società tutta", rileva il coordinatore dei garanti regionali dei diritti dei detenuti, senatore Salvo Fleres, che reputa indispensabile un procedimento giudiziario sulla morte del detenuto. La magistratura di Livorno non ha disposto l'autopsia mentre la questura di Catania sta facendo ricerche per rintracciare i familiari dell'uomo.

(Fonte ANSA)


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