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La decisione

Romano, la mossa della difesa
Sollevata l'eccezione d'incostituzionalità


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, Politica
L'atto d'accusa dei magistrati palermitani è pesante: Saverio Romano è vicino a Cosa nostra. Una vicinanza che avrebbe accompagnato per un ventennio la carriera del leader politico siciliano. Per questo i pm hanno chiesto il suo rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa. Oggi tocca al Gup Fernando Sestito decidere se mandare, o meno, Romano a processo. I pm in un primo tempo ritenevano di non aver elementi sufficienti a sostenere l'accusa in giudizio, ma il gip li ha obbligati a formulare il capo di imputazione. Nella richiesta il pubblico ministero Antonino Di Matteo ha scritto che il ministro per le Politiche agricole avrebbe "nella sua veste di esponente politico di spicco, prima della Dc e poi del Ccd e Cdu e, dopo il 13 maggio 2001, di parlamentare nazionale, consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno ed al rafforzamento dell'associazione mafiosa, intrattenendo, anche al fine dell'acquisizione del sostegno elettorale, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell'organizzazione tra i quali Angelo Siino, Giuseppe Guttadauro, Domenico Miceli, Antonino Mandalà e Francesco Campanella".

Le carte dell'accusa si sono ingrossate di recente con le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia: Stefano Lo Verso e Giacomo Greco. Secondo il Pm, inoltre, il ministro avrebbe "messo a disposizione di Cosa nostra il proprio ruolo, contribuendo alla realizzazione del programma criminoso dell'organizzazione tendente all'acquisizione di poteri di influenza sull’operato di organismi politici e amministrativi".

In particolare, nella richiesta viene raccontato il presunto interessamento di Romano a candidare, su input del boss Giuseppe Guttadauro, Mimmo Miceli, poi condannato per mafia, alle regionali del 2001. E ancora, insieme all'ex governatore siciliano Totò Cuffaro, in carcere per favoreggiamento aggravato, avrebbe assecondato le richieste del capomafia Nino Mandalà (condannato a 8 anni in appello) inserendo Giuseppe Acanto nelle liste dei candidati del Biancofiore per le regionali del 2001, "nella consapevolezza di esaudire desideri di Mandalà e, più in generale, della famiglia mafiosa di Villabate". Accuse ribadite da diversi pentiti come l'ex presidente del consiglio comunale di Villabate Francesco Campanella e recentemente da Stefano Lo Verso, che ha raccontato di aver saputo proprio da Mandalà dei legami tra la cosca e Romano. Infine sono arrivate Le dichiarazioni di un altro pentito ad aggravare l'atto d'accusa della Procura di Palermo.

 "Nelle elezioni del 2001, le famiglie mafiose di Villabate e Belmonte si interessarono per farlo votare", ha sostenuto Giacomo Greco, genero del boss Francesco Pastoia, uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra. Proprio da Provenzano sarebbe arrivato l'input per quella campagna elettorale che vedeva Romano candidato alla Camera: "Sia Pastoia che i suoi figli, Giovanni e Pietro, affermarono che su Romano c'era anche l'interesse dello zio, ovvero di Provenzano", ha precisato Greco. Di patacche che lo hanno addolorato e sconcertato ha sempre parlato il ministro. I suoi avvocati hanno aggiunto il concetto di "pentiti a orologeria". Da Romano è arrivata anche una stilettata sui tempi della giustizia che, a suo dire, lo hanno costretto per anni sulla graticola. "Il fallimento del sistema giudiziario - commentò il ministro - vive nella interminabile condizione che si riserva al cittadino Romano".Il giorno dell'imputazione coatta disse: "Sono addolorato e sconcertato. Con questo provvedimento non viene chiesta solo la formulazione dell'imputazione per il sottoscritto ma vengono messe in discussione le conclusioni alle quali dopo lunghissimi approfondimenti era pervenuta la Procura di Palermo. Difenderò in ogni sede il mio nome, per me, per i miei familiari e per la comunità politica che rappresento".

La mossa dei legali
I legali del ministro Saverio Romano, Raffaele Bonsignore e Franco Inzerillo , hanno sollevato un'eccezione di incostituzionalità nell'udienza preliminare in cui il ministro è imputato per concorso in associazione mafiosa, che si svolge davanti al gup di Palermo Fernando Sestito. Secondo i legali, che fanno riferimento a un'analoga questione di costituzionalità sollevata il 14 ottobre scorso davanti al Gip del Tribunale di Taranto e su cui la corte costituzionale deve ancora pronunciarsi, l'imputazione coatta decisa dal Gip Giuliano Castiglia avrebbe impedito a Romano di difendersi come gli altri imputati, intaccando gli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione. Il ministro non ha infatti ricevuto l'avviso di conclusione indagini e non ha potuto quindi sottoporsi a interrogatorio. Il Pm Ignazio De Francisci si è opposto alla eccezione. Il giudice deciderà nell'udienza del 20 dicembre.


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