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Il lavoro che non c'è

Gli schiavi di Palermo


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, Cronaca
(R.P.) Quando, gli schiavi di Palermo, cominceranno una pacifica e definitiva rivoluzione? Sono brave persone, gli schiavi di Palermo. Ognuno di noi rientra nella categoria. Tutti siamo incatenati a un'oscenità, a una delle tante schifezze che la città graziosamente offre. Tutti siamo schiavi. Ma la catena più lunga è il cammino scivoloso di chi non ha lavoro. Ci siamo commossi, leggendo i commenti al pezzo su Zamparini e i curriculum nel centro commerciale. Messaggi in bottiglia teneri, con qualche lieve difficoltà espressiva dovuta all'emozione,  a un'istruzione non perfetta. Vene aperte e pulsanti. Narrazioni compiute - meglio di un trattato - della contemporanea disperazione.

Chi implora, perché ha una famiglia a carico. Chi spiega di non volere più chiedere aiuto al genitore. Solo che, nell'alto dei cieli, non ci sono gli imprenditori, i datori di posto e stipendio. C'è l'eterna politica ad amministrare perfino le briciole del digiuno, con la sua vorace egemonia clientelare. Ed è qui che ti prende una rabbia incontenibile. Quando soppesi il bisogno e il  cinismo. Quando paragoni l'urgenza di una richiesta di aiuto al menefreghismo di chi la ascolterà e la valuterà come controparte su cui lucrare, non come dramma cui umanamente aderire e, se possibile, risolvere.

Allora uno si domanda: perché noi schiavi non operiamo una rivoluzione gentile e tranciante?  Basterebbe votare un po' meglio, da subito, e in dieci anni questa terra sarebbe ripulita da molti loschi politicanti che la sfruttano, come perfetti parassiti, senza mestiere, né cultura. E' che, forse, le rivolte non sono merce praticabile in Sicilia. Si preferisce tendere la mano, elemosinando. E poi chi la conosce davvero, chi l'ha mai attraversata, la strada verso la libertà? Appena qualche morto ammazzato. E i morti non tornano indietro.


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