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Il punto

Piccolo discorso calcistico
sull'incapacità politica dei palermitani


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C'è questa strana meraviglia chiamata Palermo Calcio. Strana perché non riesce a portare a termine del tutto le sue promesse. E' specializzata nella fatica di Sisifo: sali sulla montagna solo per scendere a valle, col massimo fragore. C'è questo strano sentimento dei palermitani per il Palermo Calcio. Strano e forse logico, perché riassume l'incapacità politica dei suddetti, l'ignavia per ogni forma di impegno collettivo, il fanatismo, la vocazione al dominio altrui. I palermitani non appartengono a Palermo. Sono cittadini del Palermo Calcio. L'osservazione aiuta a capirne tout court la complessa fenomenologia.

I palermitani nutrono un sentimento ambivalente nei confronti del sindaco del Palermo Calcio, Maurizio Zamparini. Lo amano e lo odiano. Lo amano pure quelli che pensano di odiarlo. Lo odiano anche quelli che dicono di amarlo, perché giammai - sostengono - cotanto presidente calpestò la pavimentazione di viale Del Fante. E non c'è buona misura. Gli amanti dichiarati cassano ogni forma di critica legittima, la considerano un attentato al re. Allo stesso modo, i palermitani di passaggio a Palermo idolatrano il reggente pro tempore, o il loro politico di riferimento, basta che aspiri alla poltrona (per Cammarata non vale, per manifesta inattitudine, per Orlando fu così).  Netta è l'impossibilità di far coesistere al dolce dell'innamoramento il sale dell'obiezione. Poi, i palermitani che amarono il sindaco cominciano a odiarlo. Sarà sempre colpa sua. Una tara che si copia e incolla perfettamente al pallone. Per alcuni, Maurizio Zamparini è responsabile di ogni evento globale nefasto. Piove?  Certo, Zamparini ha venduto Pastore.

Coloro che dicono di amare il sor Maurizio propongono un sillogismo il cui finale è scritto: dopo di lui il diluvio. Spesso, concepiscono un rapporto di esclusivo interesse, non di sincera passione. Se sbagli - o potente - non sottolineo la circostanza con la matita rossa o blu. Potresti arrabbiarti e andartene. Cosa ne sarebbe, allora, di noi? Accade nello scambio col politico, non più semplice rappresentante di un voto. E' lo sceicco che protegge l'accampamento, è il nume di riferimento, è il salvatore con la porta aperta e quando non è aperta è socchiusa. Buono o cattivo, me lo tengo e gli sarò fedele per le sue promesse e per la garanzia imperitura che immagino conservata in una speciale cassaforte. Si sa che i politici palermitani hanno una cassaforte mentale, col nome, per ogni cliente. La sudditanza è il nemico più grande della dialettica democratica. Pazienza.

Infine, c'è la corrispondenza col bene pubblico. Perde il vostro Palermo (bellu Palermo c'aviti). Vince il nostro Palermo. Nessuno - nemmeno coloro che sostengono di amare il colore rosanero e vogliono bene solo a Zamparini e alle vittorie - conserva la maglia nel suo cuore a prescindere. O forse qualcuno sì. I pazzi sparuti che si recavano in pellegrinaggio al Provinciale di Trapani nei tempi bui della serie C. Dovremmo nominarli assessori e qualche posto resterebbe vacante, tanto erano pochi. Loro sanno come si salva una città, come si mantiene l'amore per una squadra, l'amore in sé. Con la pioggia o col sole.


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