Live Sicilia

Lo speciale della domenica

La stanza del pazzo


Articolo letto 432 volte
VOTA
0/5
0 voti

, Cronaca
Chi è il pazzo? E’ il fratello scomodo, sepolto in cantina. Perché l’abbiamo nascosto laggiù? Perché c'era bisogno di efficienza e funzionalità. Proprio non si sopportano certe domande. Quali domande? Quelle che riguardano il senso della mia vita e lo stato della mia felicità. L’orologio della follia si muove contromano. I silenzi della pazzia sono più veri delle parole equilibrate. Il volto di pietra del depresso è più sincero delle nostre maschere. I gesti ripetuti della patologia insegnano più e meglio delle nostre invenzioni.

In ogni casa c’è una stanza dedicata alla follia, tappezzata di segmenti bianchi che sembrano uguali, eppure sono tutti diversi. E’ abitata da un matto, uno scherzo della dinastia, un recluso con cui convivere da reclusi, per dividere le molliche della tavola o della pena. Dentro, ci sono i pensieri indicibili, le favole che non si raccontano. Gli istinti strani dei padri. I dubbi delle madri. Le solitudini dei figli che cresceranno attraversati da crepe. Abbiamo sepolto la pazzia in cantina. L’abbiamo chiusa in uno stanzino della casa. La sua voce di grillo parlante sovvertirebbe la fragilità del nostro ordine costituito. Saggio è fare finta che non ci sia, negandole parola e affetto.

Il Presidente della Repubblica ha graziato un uomo mite che ha ucciso il figlio autistico. Ci siamo esercitati nel rito solito della retorica: se sia stato giusto, buonista, inutile, opportuno il gesto di clemenza di Napoletano. Non ci siamo concentrati abbastanza sul punto focale. In un’intervista rilasciata a Livesicilia l’omicida dice: “Mi sono riposato in ospedale. La mia vita è stata una reclusione lunga ventisette anni”. Una lotta isolata, mentre intorno la solidarietà si asciugava e si rapprendeva, per ritirarsi. Nessuna struttura. Non una mano amica. Niente di niente per accompagnare il sano e il matto nel loro cammino. Per accogliere il matto. Per insegnare al sano l’amore per la sua pazzia, non la sofferenza, non lo strazio, non il “Dio perché?”. Nelle cantine rumoreggiano storie che somigliano a questa, senza l’evento orribile che il senso comune della morbosità chiama “il tragico epilogo”.

In tutte le case c’è una stanza del matto. In tutte le case esiste una negazione del problema che diventa pazzia a suo modo. Nel cammino di tutti i passi, c’è il terrore di una deviazione. Noi imprigioniamo i matti nel sottoscala. Potremmo imparare da loro, invece. La lucidità dello sguardo. La purezza del cuore. Potrebbero insegnarci tanto, spiegarci senza spiegazioni come si fa a convivere con la porzione dell’anima che sta al buio. La odiamo perché ci fa le boccacce. E lei ci ama.


/web/virtualhosts/catania.livesicilia.it/www/upload/assets/xml/1324,3,sotto-articolo.php