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Lombardo e Minzolini

Libertà di stampa?


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Si può forse prescindere dalla sfida tra Lombardo e Minzolini - che non ci appassiona affatto - per azzardare un discorso sul rapporto tra libera stampa e politica? Forse, sì, si può, partendo dalla notizia di reato che è sotto gli occhi di tutti. Non sempre la stampa è libera, non sempre la politica è democratica e pronta alla rampogna.
Intrecci di una piccola esperienza da cronista. Abbiamo imparato, nel corso degli anni, a diffidare degli occhi dolci del potere. Quando qualcuno che conta ti sorride, dovresti porti la domanda di Nenni al cospetto del ricco: "Se un padrone mi batte la mano sulla spalla, mi chiedo: dov'è che ho sbagliato?". Se un papavero ti accarezza col suo petalo, il dubbio è lo stesso. Gli onorevoli, per esempio, sono come Paperone. Finché li blandisci, sei simpatico e curi la loro immagine, si comportano come se foste compari di vecchia data. Magari ti insospettisci, se vedi nella loro pupilla il riflesso del dollaro.

Ma sei un povero cronista, con uno stipendio onesto. E c'è chi rimane lusingato dalla condiscendenza di personaggi talmente in vista e con conti correnti prominenti assai. Insomma, se non stai attento alla seduzione, ai discorsetti, ai "tu" confidenziali, presto ti ritrovi con il cappio dell'omertà al collo. Sarai tu stesso a censurare gli spigoli quando ti passa sulla tastiera il nome dell' "amico". E se non lo farai, presto l'amico diventerà nemico. E ti telefonerà. E chiederà conto e ragione di una delicatezza che mai ti sei sognato di manifestargli. Un cronista a Palermo dovrebbe seguire esempi di vita monacale. Nessun party a Palazzo. Si esce con la famiglia e con gli amici di infanzia.

C'è chi non lo fa. Pace all'anima sua, al Besozzi che dorme in lui. I giornalisti a Palermo sono precari. Quando lavoravo nel maggiore quotidiano della città,  il sogno di tanti colleghi era l'ufficio stampa di un politico. Tenevano prole e consorte da sfamare. Se accetti, entri nel cerchio magico e gli incarichi si susseguono una via l'altro. Se rifiuti, ti annusano, ti sputano. Non ti chiamano più. E c'è il giornalista che serve spudoratamente un accampamento, per convinzione o denaro. Chi lo fa è il primo responsabile della scarsa qualità complessiva dell'informazione, per ignavia, omissione, o azione. Poi ci sono i veri amici, i ragazzi che conoscevi e che sono cresciuti con te. Non è facile scrivere cose che possano dispiacergli. Soffri. Però se sei un giornalista, accetti il tuo dolore, la circostanza di sentirti un po' traditore, un pizzico progenie di meretrice.

L'altra punta del ragionamento è la politica siciliana che è ben contenta di avere a che fare con la stampa siciliana. Non entrando nel merito, dicendolo a chiare lettere che il direttore del Tg1 non è esente affatto da legittime critiche generali per il suo approccio, non si sbaglia a scrivere che lo stupore incollerito di un presidente esplode non a caso oltre i confini regionali. Se un lettore vorrà approfondire il tema, si accrediti in una delle molteplici conferenze stampa a Palazzo. Quesiti senza pepe, né mordente. E, mentre colui che sa risponde, colui che regge il microfono annuisce con vigorosa convinzione, come per imbeccare un alunno svogliatello a scuola. Quando colui che sa si cimenta in una battuta francamente (e ci dispiace, succede) cretina, ecco pronto il sorrisino idiota di sostegno affinché le rughe approfondite dal dramma della gestione del popolo non si amareggino ancora di più. Libertà di stampa? Il disastro della Sicilia, fin qui, non è solo una colpa della politica, c'è anche una lampante correità del giornalismo fifone e colluso, assente nella denuncia. Noi non siamo più bravi, né santi. Sbagliamo come tutti. Almeno i nostri innocenti delitti hanno un solo mandante: tu che leggi.


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