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Speciale lavoro

Hanno fatto un deserto
E lo chiamano speranza


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, Cronaca
Beati coloro che nel deserto hanno una goccia d'acqua per dissetarsi fino alla prossima morte di sete. Beato il mio amico F. che guadagna ottocento euro a mesata. In cambio guida un furgone dalla notte alla sera successiva. Ogni giorno. Beato il mio amico J. che gira da mototaxista con la pioggia e col sole. Ha quarant'anni, una moglie e due figli. La domenica scende alla spiaggia con la famiglia. Il mare è ancora gratis. Beato il mio amico T., giornalista di un importante quotidiano. L'ultima volta lo pagavano tre euro lordi a pezzo. Magari, presto, gli annunceranno con esultanza il passaggio a quattro euro lordi. I trenta denari di Giuda erano una leccornia da privilegiati. E ricchi sono i beatissimi che si vedono consegnare mille euro al mese per caricarsi di pesi. Oltre i mille, siamo nelle cime tempestose dell'agiatezza, nelle vertigini, nelle altitudine, dei veri milionari.

Hanno fatto una desolazione. E la chiamano speranza.  La politica che viaggia col portafogli rigonfio si impanca goffe battaglie anti-casta per turlupinare meglio i gonzi in attesa davanti alla Bastiglia. Chiacchierano maledettamente di prospettive inesistenti.  E li vedi, gli onorevoli, i consiglieri comunali - molti dei quali senza arte né parte - che quasi non ci credono e si stropicciano gli occhi dalla sorpresa. Erano avanzi della professionalità. Erano in bilico sul ciglio della desolazione. La condiscendenza di un boss reggitore di voti e di cosche partitiche gli ha permesso di elevarsi al di sopra della moltitudine con gli stracci. D'altronde, la folla compie sempre lo stesso errore. Non assalta il Palazzo. Stende la mano per l'elemosina verso lo sceriffo di Nottingham più vicino. Offre la propria coscienza nell'urna ai dispensatori di oboli e baci sulla guancia. I siciliani protestano contro la classe dominante e pare che dicano sul serio, all'apice della rabbia. E' una rappresentazione inutile perché, nel solito finale, tornano ad accucciarsi obbedienti, quando cade un osso rosicchiato dal cielo dell'aristocrazia.

Assaltare il Palazzo non significa esercitare l'abuso della violenza, ma il diritto del dovuto. Tuttavia, chi può pretendere il giusto se non ha una pistola carica. Gli imprenditori locali - con poche eccezioni - sono creature mostruose: metà squali, metà conto in banca. Se un disgraziato supplica considerazione, rispondono contriti, agitando la pinna caudale. C'è la crisi. Riposte pinne e lacrime nell'apposito astuccio, i nostri produttori di reddito divorano il divorabile in piatti di cristallo sorretti da scimmie ammaestrate in livrea. I veri e sparuti beati operano per persone che consentono passi in avanti, che amministrano con giudizio e arricchiscono senza lucrare sul pane della propria gente, tenendo un preciso rendiconto condiviso di entrate e uscite. Tutti gli altri si impiccano a sofferenze senza sollievo, alla precarietà che cancella ipotesi familiari e devasta le biografie personali.

Esistono i dipendenti felloni. Prosperano coloro che hanno addentato un contratto a tempo indeterminato, in epoche principesche,  e da allora hanno incrociato le braccia. Esistono i docenti della Formazione - oggi pubblichiamo un estratto di tutte le storie terribili - attratti nell'orbita delle garanzie dal cugino del cognato del figlio del nonno del cane di un potente. Hanno avuto le scrivanie nonostante non possedessero la lucidità di una gallina afflitta da sbornie moleste. Una non minuta porzione della gente che affolla il Palazzo è colpevole dell'amarezza di un destino. Hanno scelto l'appartenenza, non l'eccellenza. Correttamente, il mercato li sta rigurgitando. Eppure, Palermo e il mondo abbondano di giovani bravissimi e laureati, di splendidi operai maturi, di vecchi professionisti in gamba: tutti sacrificati da una oscena politica e da una classe imprenditoriale inadeguata. E adesso chiamano speranza il deserto che hanno coltivato centimetro dopo centimetro, negando giustizia.


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