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Totò che visse due volte?


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(R.P.) I figli di Paolo Borsellino hanno perso il padre e hanno conservato l'amore. C'è un cono di luce in cui possono scaldarsi, senza restare prigionieri. Sono persone libere, con una ferita nel petto che si rimargina negli affetti e negli abbracci presenti, per quell'odore di bucato pulito del ricordo. Lo capisci, guardando le foto, che Paolo Borsellino era un bravo giudice. E un grande padre

I figli di Totò Riina hanno perso il padre e hanno smarrito l'amore. Gli orchi, perfino, coltivano sentimenti filiali. Poi il buio è quel che è. I figli amano il padre. Il padre ama i figli. Nessuno mai accosterà la parola "amore" a Totò Riina. Nessuno riconoscera l'amore nelle tenerezze domestiche che pure ci furono. Nessuno lambirà d'amore la vita dei rampolli della casata, a prescindere dai loro percorsi. Ci saranno sentimenti e legami forti. Non amore, per il troppo carico di scempio e perché i frutti discendono da un albero. Il capo dei capi ha estirpato ciò che era umano intorno a sé. E per secoli.  Si può dire istinto - l'istinto di protezione della belva per i suoi piccoli -  tuttavia, siccome il bene ha bisogno di essere tale in sé e per sempre, nulla di ciò che appartiene ai Riina avrà mai il titolo di amore. Messa così non c'è alcun dubbio - se mai ve ne fosse - sulle latitudini di inferno e paradiso. Il cielo di Borsellino è la cascata di sangue puro che ha versato nella vita prima che nel martirio. Il deserto di Riina prospera nella sua faccia, nel suo sorriso criminale, nella sua caratura di mostro invecchiato. E' la percussione continua di un orrore senza redenzione.

Giuseppe Salvatore Riina, figlio di suo padre,  torna in libertà. Ha pagato il suo debito con il codice penale. Non potrà mai oltrepassare le macerie della sua Hiroshima corleonese che un genitore scellerato gli ha consegnato in eredità, incatenandolo al rancore. Sappiamo perfettamente che la pena ha una funzione rieducativa. Sul punto non c'è questione. Salvuccio Riina ha il diritto di ricominciare dove gli pare, imparando dai suoi sbagli. Da oggi in poi sarà giudicato per le azioni coltivate ogni ora. Starà a lui dimostrare di avere capito la lezione. Dovrà illustrare la sua esistenza con gesti retti, fidando nell'impossibile grazia dell'oblio.

Noi vorremmo di più e di meglio. Vorremmo che Giuseppe Salvatore comprendesse, fino in fondo, il senso intimo della vicenda. Lo vorremmo in grado di misurare la distanza tra angeli e diavoli. Vorremmo che iniziasse a cancellare le impronte del dolore sul sentiero. Vorremmo vedere i suoi anni incastonati come una penitenza, come un impegno, come un'impresa di Sisifo - riportare il masso della colpa sul monte e abbandonarlo al dirupo -, come una promessa, come un tentativo disperato. Fatica tremenda, d'accordo, ma chissà. Forse un giorno - tra diecimila eternità e se ci si lavora da subito- nascerà un Totò Riina da amare. Un petalo nel deserto.


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