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Il carcere. Chi ricorda?

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Ricordate le orrende carceri siciliane, negazione di ogni umana civiltà, della sensibilità, del recupero e della legge? L'argomento declina dopo picchi estivi di interesse. Qualche giorno di discussione, a strascico dei dibattiti dei radicali. E stop. Mi capita tra le mani un libretto edito da "Torri del vento":
"Riflessioni politiche intorno all'efficacia e necessità delle pene", del marchese Tommaso Natale. Scrive nella prefazione Lino Buscemi: "Nel 1764, a Milano, il giurista illuminista Cesare Beccaria dà alle stampe il suo famoso saggio dal titolo 'Dei delitti e delle pene'. Un testo che rivoluzionò il concetto di pena da comminare al reo e sancì l'inopportunità, se non l'inutilità della pena di morte e della tortura. Quasi le identiche teorie filosofiche e analoghi principi giuridici sono contenuti nelle "Riflessioni politiche sull'efficacia delle pene" che, cinque anni prima, nel 1759, Tommaso Natale aveva abbondantemente elaborato".

L'avvocato Lino Buscemi è uno dei protagonisti dell'Ufficio del garante per i detenuti della Sicilia, trincea che si è distinta per innumerevoli battaglie di legalità. Ovvia e meritoria l'attualizzazione: "C'è una contraddizione di fondo - scrive Buscemi - che occorre dissipare al più presto.   A fronte di un evoluto sistema normativo costituzionale e ordinario, c'è una realtà sotto gli occhi di tutti che sembra regredire verso forme di gestione del sistema penitenziario e giudiziario incompatibili con la natura profonda dei sistemi giuridici delle società moderne e civilmente avanzate. Il terzo e il quarto comma dell'articolo 27 della Costituzione italiana sono chiarissimi: 'Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità'".

Certo, i diritti umani, all'ombra del bagnasciuga, provocano sonnolenti sbadigli. Né muove allo sdegno il pensiero del tremendo crimine che in questo momento si compie nelle galere siciliane e italiane, semplicemente togliendo l'anima agli uomini e rendendo indisponibile il corpo. Nessuno si arrabbia per lo stesso sgomento che proviamo noi per l'ingiuria della carcerazione preventiva, specialmente quando è comminata secondo registri formalmente ineccepibili - quando lo sono - e sostanzialmente sbagliati. Ma è bene sapere che il silenzio è corresponsabile dello scempio, che il terrore tra le sbarre esiste perché si basa sull'indifferenza di troppi.  La prigione iniqua è una ferita nazionale da affrontare con urgenza. Il deputato Papa grida da Poggioreale: "Le ventidue ore al giorno chiusi in cella sono solo una forma di tortura, neppure velata per l'innocente. Esse sono poi un'espiazione anticipata per il colpevole. Ma la domanda è allora se sia giusto per uno Stato carente nell'eseguire le sentenze di condanna per i colpevoli passati in giudicato pretendere, con i tempi che attualmente ha il processo penale, che il presunto innocente debba invece espiare preventivamente in carcere".

Carmelo Musumeci, condannato per gravi reati, urla via mail: "Proprio in questi giorni ho letto alcuni titoli di giornale: “I cani sono depressi. Colloquio in cella con Fido. Verona, incontro commovente fra i detenuti e i loro quattrozampe” (Il Resto del Carlino 8 agosto 2011). “Il cane è depresso? Può andare in carcere dal padrone”(Il Giornale dell’Umbria, 8 agosto 2011). “Ore d’aria insieme al proprio cane. Le carceri tra affetto e riabilitazione” (Corriere della Sera, 8 agosto 2011). In carcere si muore, ci si toglie la vita, ci si taglia le vene, si vive come pezzi di legno in una legnaia e l’Assassino dei Sogni (come chiamo io il carcere), i Magistrati di Sorveglianza e mass media si occupano dei cani. Peccato che non sia nato cane". Hanno ragione.


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