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Intervista a Ivan Lo Bello

"Non bastano pochi tagli
per risollevarci dalla crisi"

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confindustria, ivan lo bello, Cronaca
Tagliare clientele e privilegi, risanare le finanze regionali e puntare sugli investimenti. Mentre i mercati mettono in crisi la stabilità dell’economia italiana e a Roma le parti sociali si siedono al tavolo del governo e delle opposizioni per cercare soluzioni alla scarsa crescita, in Sicilia gli industriali di
Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria, sono pronti a fare la loro parte in un’eventuale manovra di risanamento del deficit che anticipi gli effetti previsti per il 2013 e il 2014. Ma chiedono a gran voce un cambio di passo e si aspettano riforme dall’elevato costo politico.

Presidente Lo Bello, in questi giorni l’Italia vive un momento di particolare difficoltà. La sfiducia dei mercati mette a rischio la stabilità del governo e si susseguono incontri e tavoli tecnici per rilanciare la produttività del Paese. Secondo lei perché siamo arrivati a questo punto?
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Il quadro attuale è sicuramente molto complesso, ma sarebbe un errore pensare che sia solo il frutto di una speculazione internazionale. C’è una grande preoccupazione dei mercati rispetto al nostro piano di rientro del deficit, soprattutto per la bassa crescita che dura da anni e che non lo rende un’impresa facile. Inoltre le situazioni di Grecia, Spagna e Portogallo contribuiscono a creare una turbolenza che siamo chiamati ad affrontare con un quadro politico, per così dire, molto complesso. Gli spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani hanno segnato un nuovo record, quindi siamo di fronte ad un allarme che non va sottovalutato".

Quali potrebbero essere le contromisure più efficaci?
"Temo che la risposta più efficace sia un’anticipazione degli effetti della manovra, inizialmente previsti per il 2013 e il 2014. Inoltre è necessario intraprendere un processo di riforme che nel medio e lungo termine sia un fattore di crescita e qui la classe politica deve fare la sua parte. Il nostro Paese è vittima di rendite e posizioni di privilegio che lo ingessano e gli impediscono di crescere. La classe dirigente deve dare il via a una serie di riforme che economicamente non costano nulla, ma che hanno un prezzo elevato politicamente perché intaccano privilegi e interessi corporativi che sono la causa della scarsa crescita. Dobbiamo attuare le liberalizzazioni e snellire la burocrazia, sono misure ormai non più rinviabili. Serve una manovra rigorosa ma equa".

In un contesto così preoccupante, la Sicilia ha da temere qualcosa in più?
"Se la situazione non dovesse stabilizzarsi, ci sarebbe delle gravi conseguenze per tutto il Paese. E sottolineo due aspetti: lo spread elevato sta a significare la scarsa fiducia che si dà all’Italia, l’elevato grado di rischio e questo avrà delle conseguenze sulle banche, con un costo del credito più alto, e quindi sulle aziende; inoltre se si procederà, come temo sia necessario, ad un’anticipazione degli effetti della manovra, vorrà dire che le Regioni dovranno subire consistenti tagli subito. La Sicilia, in questo quadro, non è messa bene sia per la contrazione delle entrate fiscali degli ultimi anni, sia per la diminuzione dei trasferimenti nazionali e regionali. Sarebbe pertanto necessario un piano di risanamento delle finanze regionali che non si è mai fatto veramente. Abbiamo continuato a spendere mantenendo intatti privilegi ancora più forti che nel resto del Paese. Ovviamente non è colpa di questo governo, o solo di questo governo: è una situazione creatasi nel tempo".

In questi giorni, all’Ars, si parla di tagli ai costi della politica. E’ la strada giusta per razionalizzare la spesa e risanare le finanze?
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Ovviamente non basta, i tagli dovrebbero essere più incisivi. Ma non è tagliando le auto blu che si risanano le finanze, rischiamo di trovarci in mezzo alla tempesta perfetta, ci vuole una visione non localistica. Dobbiamo falcidiare rendite e clientele perché siamo a un punto di non ritorno. Meglio prevenire, che curare poi un moribondo".

Le parti sociali, a livello nazionale, hanno promosso un documento unitario per stimolare il governo a intraprendere nuove politiche economiche. Questo modello sarebbe riproducibile, in scala, anche in Sicilia?
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Era da tempo che non leggevo un documento così forte e inusuale. In Sicilia, noi come Confindustria insieme alle altre parti sociali abbiamo più volte fatto presenti le difficoltà che affrontiamo ma non veniamo ascoltati. Ci siamo battuti contro le nuove forme di precariato e sprechi assurdi, ma siamo pronti a fare la nostra parte in una manovra di risanamento che non colpisca però gli investimenti, o non li sposti nella spesa corrente. Diciamo basta a rendite e privilegi che come parassiti tolgono risorse al tessuto produttivo siciliano, noi siamo pronti a dare il nostro contributo".


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