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Il ricordo di Bignone, parla la moglie

"Mario non morirà mai"

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(Su "S" in edicola da sabato) È molto più di una fotografia. È la testimonianza che si può sopravvivere alla morte. Almeno nel cuore della gente. Il sorriso di
Mario Bignone lo trovi nelle stanze dei magistrati e dei poliziotti che lo hanno conosciuto. Uno scatto che alimenta un'esistenza, quella che sfugge alla regola, umana, del tempo e della malattia.

Mario Bignone era il capo della Catturandi della squadra mobile di Palermo. È morto il 21 luglio di un anno fa. Aveva 44 anni. Il suo ricordo vive nelle parole della moglie, Giovanna Geraci, e in quelle di coloro che vi hanno lavorato fianco a fianco. Si sono sporcati le mani assieme, nel difficile compito di dare la caccia ai latitanti. Il dolore ha reso Giovanna una donna forte capace di affrontare le debolezze della quotidianità. Quando si presentano ci sono gli “amici di Mario” a sorreggerla. Gli stessi che con il marito hanno condiviso fatiche e gioie. La cattura di Domenico Raccuglia e Gianni Nicchi, sono i due esempi più eclatanti di quanto Bignone sapesse fare bene il suo mestiere.

“Eravamo in ospedale a Milano - racconta Giovanna - quando arrivò la notizia della promozione. Mario era in rianimazione. Non parlava, non apriva gli occhi. Gli ho detto: “Vedi che i tuoi ragazzi sono stati promossi”. Gli è scesa giù una lacrima. Era riuscito a fare promuovere 55 ragazzi. Tutti assieme”. Quegli stessi ragazzi che si sono alternati al capezzale di un letto di ospedale, dove un omone, tolto il passamontagna, ha stretto le mani di una giovane donna per raccontarle la storia che mille volte aveva sentito dalla voce del marito, nel silenzio dell'intimità. “Ho solo trent'anni e sono già vedova - racconta Giovanna -. La mia vita è segnata, ma i sette anni vissuti con Mario mi hanno riempito l'esistenza. Era una persona speciale. Mi ha fatto sentire una regina. Sono sazia, non disperata. E so di non essere sola. Mario non morirà mai”.

La solitudine che dovrebbe infondere, ma non è così, una grande casa. Mario si era imposto, testardo com'era, per arredarla di tutto punto. Si sono sposati quando Bignone ha scoperto di essere malato. Hanno fatto in fretta. Poco importa se il vestito bianco è rimasto dentro un armadio. Nella casa ci sono pure le stanze per i bambini che non vedrà mai nascere. Giovanna Geraci parla di tutto questo con serenità. Ancora una volta, è un segno di rispetto per il marito che ha fatto di tutto per lasciarla fuori dalle angosce che il mestiere gli imponeva. “Sono solo, non ho figli, sono di Napoli e non ho nemmeno la macchina: quando l'ho conosciuto si è presentato così”, prosegue la moglie sfogliando l'album dei ricordi. Per ragioni di sicurezza si è dovuta abituare a non fare troppe domande: “Il giorno dell'arresto di Raccuglia mi disse che doveva scendere, anche quella domenica doveva andare via. È andato via con il maglione di casa. Alle 17 mi ha mandato un sms: “Ci sono riuscito”. Non sapevo che cosa stava facendo. Poi, mi ha chiamato: 'Affacciati'. E ho visto passare le auto a sirene spiegate. Un rumore assordante”.

Silenziose erano, invece, le tante persone che hanno accompagnato il feretro di Bignone mentre lasciava l'ospedale di Cefalù. A sorreggere il peso della morte i colleghi del capo della Catturandi. “Mi si è rotto il telefono - racconta Giovanna con il sorriso sulle labbra - e ho inviato una sms a tutti per dire: 'Sono la moglie di Mario Bignone questo è il mio nuovo numero'. Sa cosa mi hanno risposto - il sorriso si fa più ampio -, 'Sì, ma noi siamo i suoi amici'. Anche Giovanna Geraci, probabilmente, diventerà un poliziotto. Sta sostenendo gli esami. In bocca al lupo, Giovanna. Per il lavoro e per la vita.

*Nella foto Mario Bignone con la moglie Giovanna Geraci in una foto tratta dall'album di famiglia


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