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Teoria e tecnica del depistaggio
E la lezione di Sciascia

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depistaggio, via d'amelio, Cronaca
L’Italia non è solo il Paese delle stragi. Ma anche, e soprattutto, del depistaggio. Non esiste vicenda giudiziaria “eccellente” avvenuta nel nostro Paese nella quale non sia comparso almeno un tentativo di “orientare” le indagini. Stranoti i depistaggi inerenti alle stragi neofasciste degli anni ’70 e della stazione di Bologna. Ma sempre più spesso si parla di depistaggio anche per alcuni grandi casi giudiziari siciliani: dalla morte di Mauro De Mauro alla strage di via D’Amelio, dal delitto Rostagno a quello del poliziotto Nino Agostino. Il termine è ormai entrato a far parte del lessico comune. Ma cos’è un depistaggio e a cosa serve?

La telefonata anonima, il documento taroccato, il verbale scomparso, la velina fatta uscire sulla stampa al momento giusto, il falso testimone. Questo insieme di cose e di azioni possiamo definirlo “depistaggio”, ovvero un tentativo di deviare le indagini su un fatto criminale. Il meccanismo lo ha spiegato un giovane giornalista, Massimo Veneziani, nel suo volume “Controinformazione” (edizioni Castelvecchi, 2006). “I depistaggi possono essere di tipo sia sottrattivo in cui le prove sono appunto sottratte, sia additivo in cui falsi testimoni danno indicazioni sbagliate o vengono prodotti indizi fasulli. Una forma sofisticata di depistaggio consiste nella piccola 'correzione' (tipo una data su un documento) che stravolga l’indagine. Un classico depistaggio è quello suggestivo in cui si mettono insieme alcuni dati verissimi ma assolutamente non in relazione fra di loro, però li si accosta in modo tale che possano sembrare connessi fra di loro, così da suggerire una pista e quindi in qualche modo esercitare una suggestione...”.

Pochi sanno che in Italia non c’è una norma che definisce questo reato, perché semplicemente il reato di depistaggio non esiste nel nostro codice. C’è quello di falsa testimonianza, di abuso d’ufficio, di calunnia e autocalunnia, di favoreggiamento e falso ideologico, ma non quello di depistaggio. Una amnesia del legislatore visto che per aver deviato le indagini sulle stragi neofasciste e su altri gravi reati sono stati condannati generali dei carabinieri, capi dei servizi segreti, ufficiali di polizia giudiziaria. Coloro cioè che avrebbero dovuto risolvere i casi e non inquinarli. Ma perché lo avrebbero fatto? Una risposta illuminante l’ha data uno di questi “infedeli servitori dello Stato”, il generale Gianadelio Maletti: “Nessuno ci aveva mai detto che avremmo dovuto rispettare la Costituzione”.

Aveva ragione allora Leonardo Sciascia quando scrisse, “nessuna verità si saprà mai riguardo ai fatti delittuosi che abbiano anche minimamente attinenza con la gestione del potere”. Dietro la mole impressionante di depistaggi che caratterizzano le grandi inchieste italiane c’è una certezza: che non si voleva né giustizia né verità. Che si è lavorato per non ottenerle, in base ad un assunto che deriva proprio dall’analisi dello scrittore di Racalmuto: “Lo Stato non può processare se stesso”. Se si volesse tradurre il termine depistaggio in dialetto palermitano, si potrebbe usare l’espressione “ammugghiare le carte”, confondere le carte. Ed è proprio sul confondere le carte che lo Stato ha puntato le sue fiches per blindare agli occhi dei cittadini – o meglio, sudditi – il proprio operato. Bastano pochi esempi: risultano mancanti all’appello interi archivi, come quello dell’Antiterrorismo diretto dal generale Dalla Chiesa negli anni ’70. Sono stati saccheggiati e occultati quelli dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale mentre non è dato sapere l’esatto numero degli archivi della Presidenza del Consiglio.

Per restare ad oggi, le carte sulla strage di via d’Amelio sono state ritrovate dai pm di Caltanissetta in condizioni di totale abbandono e nell’archivio del Ros, ad esempio, nulla risulta sugli incontri avuti da alcuni suoi ufficiali con il mafioso Vito Ciancimino nell’estate delle stragi del 1992. Una vera metastasi della segretezza elevata a sistema che costringe a pensare che un regime totalitario ha lasciato paradossalmente tracce di sé più leggibili di questa nostra fragile e incompiuta democrazia.


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