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La morte della politica


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La morte della politica è un fatto chiarito da sintomi inequivocabili. Nasce un movimento di protesta dal nome fascinoso "Forchette rotte". Si mandano mail urticanti ai potenti, si organizzano iniziative perfino carine. Si celebra il tutto a Villa Flippina. Ma i bisbigli si rincorrono: "Forchette rotte" sarebbe una creatura del candidato sindaco
Davide Faraone. I sussurri crescono. L'interessato non smentisce. E noi pensiamo che sia davvero così. Prima domanda: un politico che si ammanti con la bandiera dell'anti-politica per sfregiare un sistema di cui egli fa parte non è una contraddizione in termini? Seconda domanda: perché non metterci la faccia con nome e cognome? Se un politico si vergogna della sua funzione, che sarebbe quella di promuovere spazi di condivisione del pensiero e delle azioni, ecco una ulteriore conferma. La politica è morta.

E poi ci sono i giovani di destra che inscenano una protesta all'Assemblea regionale contro il malcostume. Sanno perfettamente che il centrodestra siciliano è un esempio evidente e di scuola, nell'ambito delle cose che andrebbero evitate. Oltretutto, a livello globale, il capo del centrodestra è un uomo che non definiremmo eticamente inappuntabile. Sia maneggio oscuro o sia bunga bunga, come fanno i giovani di destra a protestare contro i loro padri, restando nel partito di riferimento senza battere ciglio? La protesta, per essere credibile, deve sancire l'insanabile rottura, quando il limite è stato oltrepassato. Altrimenti retrocede a coreografia.

La politica muore proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. In giro, si respira un'aria di rabbia che diventerà presto fetore di forca, se non si interviene. Ai politici spetterebbe l'arte complessa del rattoppo, della ricucitura, della percezione di un senso comune. I politici, cioè,  dovrebbero indicare una direzione, afferrare l'ira che stravolge i lineamenti e mutarla in progetto. Non ci riescono. Anzi, nemmeno ci provano. Non sono credibili e lo sanno. Perciò tentano di intercettare l'indignazione popolare, travestendosi, cacciando la testa sotto la veste di movimenti spontanei o presunti tali. E si scavano la fossa, negandosi. Oppure, non escogitano niente di meglio che la battuta acida che li conduce dalla parte del torto, quando, forse e miracolosamente, potrebbero avere un'oncia di ragione.

Ha scritto Antonello Cracolici: "Voglio essere chiaro e diretto, come sempre: i delinquenti e gli indagati sono nella società, e sono anche nelle istituzioni, nei parlamenti, nei consigli comunali, nelle professioni e nelle strutture e redazioni giornalistiche. Dunque, piaccia o non piaccia il parlamento è – nel bene e nel male – lo specchio della nostra società". Ma che scoperta. Solo che i delinquenti, nel mondo reale, finiscono in gattabuia come Pinocchio che pure era innocente. Gli onorevoli con qualche macchia, invece, vengono salvati dal privilegio. Non è già questa una differenza?


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