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Il caso romano

La nomina e i dubbi di Napolitano


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Chissà cosa starà pensando Giorgio Napolitano. Chissà se al Capo dello Stato sarà tornato il mal di pancia che lo aveva accompagnato nei giorni in cui firmava la nomina a minstro di Saverio Romano. Dopo il giuramento, l'inquilino del Colle aveva sentito l'esigenza di esprimere, attraverso una nota, le sue “riserve politico-istituzionali”. Non c'erano “impedimenti giuridico-formali” alla nomina del leader del Pid, ma Napolitano auspicava “che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l'effettiva posizione del ministro”. Così recitava la nota del Qurinale: “Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dal momento in cui gli è stata prospettata la nomina dell'on. Romano a ministro dell'Agricoltura, ha ritenuto necessario assumere informazioni sullo stato del procedimento a suo carico per gravi imputazioni... essendo risultato che il giudice delle indagini preliminari non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Palermo, e che sono previste sue decisioni nelle prossime settimane, il capo dello Stato ha espresso riserve sull'ipotesi di nomina dal punto di vista dell'opportunità politico-istituzionale”.

Romano aveva reagito stizzito. Pur nel pieno rispetto della più alta carica dello Stato, il neo ministero si era detto dispiaciuto per la nota “inesatta” del Quirinale: “A mio avviso quella nota non riflette il pensiero del capo dello Stato, che è stato augurale nei miei confronti e dal quale ho avuto un'ottima accoglienza. Purtroppo la nota è anche inesatta: perché non sono imputato ma solo indagato e c'è una richiesta di archiviazione nei miei confronti. Tutti possiamo sbagliare, immagino che l'estensore di quella nota abbia usato una terminologia non appropriata”. Si aprì il botta e risposta, con una seconda nota stavolta stilata dall'ufficio stampa del Colle. Nessun commento ma una precisazione: il presidente non ha mai dato dell'imputato al neo ministro. Imputato Saverio Romano lo è appena diventato.


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