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Lo sfogo di Romano e la decisione del gip

Imputazione coatta:
"La giustizia è in fallimento"


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Il giudice per le indagini preliminari di Palermo ha disposto ai pubblici ministeri l'imputazione coatta per il ministro Saverio Romano. L'accusa è concorso in associazione mafiosa. La decisione del giudice Giuliano Castiglia conclude un lungo tira e molla con la Procura che aveva chiesto l'archiviazione per il titolare delle Politiche agricole. Il gip aveva prima ordinato di approfondire alcuni punti dell'inchiesta. Al termine dei nuovi accertamenti, i pubblici ministeri avevano optato per una nuova richiesta di archiviazione. Sul piatto c'era una questione legata alla decorrenza dei termini. L'indagine era stata aperta nel 2005 e riguardava tra gli altri, l'ex presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, oggi detenuto, e il medico-boss Giuseppe Guttadauro.

A tirare in ballo Romano era stato il pentito Francesco Campanella, secondo cui il ministro nel 2001 era ''a disposizione'' della cosca di Villabate dei boss Antonino e Nicola Mandalà. I pm, però, non trovarono i necessari riscontri alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia. Il parlamentare era già stato indagato nel 1999, ma l'inchiesta si era chiusa con un'archiviazione. Ma sul nuovo ministro pende un'altra indagine per corruzione aggravata dall'avere agevolato Cosa Nostra: ad accusarlo è Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo. Anche quest'inchiesta è vicina alla conclusione e vede coinvolti anche Cuffaro e il senatore del Pdl Carlo Vizzini che, appena ieri, nonostante sia certo della sua innocenza, ha deciso di lasciare ogi incarico. Dimissioni respinte dal neo segretari del Pdl Angelino Alfano.

Scrive il ministro Saverio Romano in un comunicato, commentando: "Il gip dr. Giuliano Castiglia non ha ritenuto di accogliere la richiesta di archiviazione formulata dal pm dr Antonino Di Matteo nel procedimento che mi ha visto indagato quasi ininterrottamente per otto anni anche se l'indagine era tecnicamente spirata nel novembre del 2007. Questi semplici ma inconfutabili dati dimostrano il corto circuito tra le istituzioni e dentro le istituzioni. Il fallimento del sistema giudiziario vive nella interminabile condizione che si riserva al cittadino Saverio Romano in un periodo di tempo che nella sua enorme dimensione rappresenta già una sanzione insopportabile anche se l'epilogo sarà quello da me auspicato.

Del resto sarebbe di contro parimenti fallimentare un sistema della giustizia che ha lasciato operare per così tanto tempo un uomo politico che potrebbe aver commesso l'infamante reato di concorso con Cosa Nostra. Purtroppo
ormai da quasi 20 anni il nostro Paese assiste ad uno spettacolare conflitto che in questi ultimi mesi all'approssimarsi della riforma giudiziaria si è acuito. Sono addolorato e sconcertato; con questo provvedimento non viene chiesta solo la formulazione dell'imputazione per il sottoscritto ma vengono messe in discussione le conclusioni alle quali dopo lunghissimi approfondimenti era pervenuta la Procura di Palermo. Difenderò in ogni sede il mio nome, per me, per i miei familiari e per la comunità politica che rappresento".


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