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Via Libertà e la denuncia di Albanese

"Il pizzo? Ufficialmente no"

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alessandro albanese, pizzo, racket, via libertà, Cronaca
E' vero che la parte peggiore della città è in via Libertà? “Non direi proprio, anzi”; E il pizzo? Si dice che qui in centro lo paghino tutti “Forse, ma non sono da meno i commercianti di via Condotti” Lei ha mai pagato? “Anche se fosse non lo direi certo a voi”. Una passeggiata per i negozi del centro di Palermo può essere illuminante anche in una mattina così nuvolosa, proprio in quella via Libertà che disgusta tanto
Alessandro Albanese, presidente di Confindustria Palermo, dove si anniderebbe la cosiddetta Palermo bene “che s’imbelletta per star seduta nel salotto buono della città e che poi sottobanco foraggia la mafia”, il volto peggiore, ipocrita e meschino dell’economia di Palermo. Non che nella principale via dello shopping manchino i commercianti onesti, che non soggiacciono alle regole della mafia e del racket e che camminano a testa alta, orgogliosi del loro lavoro svolto con sacrificio, dignità e successo, chiarisce su "Di Palermo" il leader degli industriali palermitani il giorno dopo l’intervista pubblicata domenica sulla Padania. Ma tutti quelli che “si incipriano il naso per pappariàrsi in vetrina e poi sguazzano nella melma del malaffare come i topi nelle fogne, questa economia dal doppio volto danneggia tutto il commercio sano e tutte le grandi imprese palermitane che fanno la storia del salotto buono e che si proiettano verso le avanguardie della Palermo di domani”.

Se l’intervista ha offeso alcuni e lasciato totalmente indifferente altri, la risposta sul pagamento del racket alla mafia è stata univoca. Così, se per il sorridente titolare di una nota camiceria, la mafia e il pizzo sono al massimo luoghi comuni, per l’anziano erede di un prestigioso negozio d’abbigliamento, il pizzo non è mai stato chiesto in via Libertà, così oggi come ieri, per il semplice principio che la mafia attecchisce nei quartieri poveri, con la gente della stessa estrazione sociale dei criminali, le vie del centro non corrono nessun pericolo, sono abitate da gente ricca. “Propongo di boicottare gli acquisti, dall’altro chiedo alle aziende del Nord o alle grandi catene di non rifornire più scarpe e borse ‘firmate’ a quei negozi che si piegano al pizzo. Lo chiedo come Confindustria”, tuona ancora nell’intervista Alessandro Albanese. “Il presidente venga nei nostri negozi a verificare di persona – risponde la responsabile di una catena piemontese –. Abbiamo aperto decine e decine di filiali in Sicilia e in particolare a Palermo, significa che le aziende del nord come la nostra, sono interessate ad investire nel Mezzogiorno, e fino ad ora non abbiamo incrociato ostacoli che smorzassero questa spinta”.

Che si condivida o no, la provocazione riapre uno spiraglio in un antico dibattito sul consumo responsabile, la promozione di una sorta di educazione agli acquisti, che, punendo quegli imprenditori che si prestano ad alimentare le logiche mafiose, porta il consumatore a scegliere solo presso le aziende limpide. Negli ultimi anni Confindustria si è battuta molto su questo fronte, modificando il codice etico delle associazioni del Sud, imponendo l’obbligo di denuncia per estorsione da parte dell’imprenditore vessato, con la sospensione immediata in caso di arresto dell’imprenditore o in caso di condanna ancora non passata in giudicato ed espulsione dall’organizzazione in caso di condanna per reati di associazione mafiosa passati in giudicato o in caso di confisca dei beni, sempre per reati di mafia. Come la pensano in via Libertà? Ecco un video-reportage senza volti. Ma con le voci.


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