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Catania

I "laboratori dei veleni"
tra dolore e giustizia

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Catania, farnacia, laboratori dei veleni, patanè, Cronaca
Nella piccola saletta della libreria Tertulia, al centro di Catania, ci sono storie diverse, tutte accomunate da un identico dolore. C'è chi ha perso un figlio, chi ha lottato contro la malattia, chi ha perso un caro amico e ha dovuto soffrire in silenzio.

Dopo un lento processo di assimilazione del dolore la verità giudiziaria ha iniziato a far luce sulla vicenda dei laboratori della facoltà di Farmacia dell'università etnea. C'è chi li ha chiamati i “laboratori dei veleni”, ipotizzando un nesso tra le morti avvenute negli ultimi anni da parte di chi vi aveva lavorato e il mancato rispetto delle norme minime di sicurezza in materia di rifiuti chimici.

A pochi giorni da una udienza che potrebbe segnare la storia giudiziaria del caso, le famiglie coinvolte e i loro avvocati hanno convocato una conferenza stampa per mettere sul tavolo e a disposizione di tutti gli elementi di questa intricata vicenda.

Vicenda partita dalle agghiaccianti confessioni lette, ormai postume, nel diario di Emanuele Patané, un giovane ricercatore che aveva annotato le tante anomalie vigenti all'interno dei laboratori. Anomalie come lo sversamento degli scarti chimici nei lavandini, che avrebbero creato un disastro ambientale collegabile con gli otto decessi avvenuti e le 26 persone che si sono ammalate o di tumore o di leucemia.

Quando prende il microfono una signora elegante e composta la sala si riempie di un silenzio assordante. La signora Maria Lopes ha perso sua figlia, Agata Annino, di trent'anni: “Agata era una ragazza piena di vita, amava il suo lavoro e quel laboratorio. Io sono un tipo riservato, schivo e non volevo espormi in primo piano. Mi sono chiesta come mai nessuno parlasse del caso, i nostri figli sono da buttare? Per noi è sempre come il primo giorno che Agata sia morta, noi dobbiamo andare avanti per lei e per cercare la verità”.

La prossima settimana sarà decisiva sul fronte processuale: il giudice dell'udienza preliminare dovrà decidere sul rinvio a giudizio per otto responsabili dell'ateneo, tra cui l'ex rettore e ora deputato Mpa Ferdinando Latteri, per disastro ambientale.

Ma la procura intende anche procedere per omicidio colposo, cercando di dimostrare il nesso tra i decessi e le malattie con lo scorretto sversamento dei rifiuti e la mancata vigilanza da parte di chi vi era incaricato.

Sarà l'incidente probatorio chiesto dal pm Lucio Setola, a cercare di dimostrare il nesso tra l'inquinamento dei laboratori, sequestrati solo alla fine del 2008 dopo anni di sospetti e silenzi, e l'elevata incidenza di tumori, spesso mortali, che hanno colpito uomini e donne in giovane età.

Si è parlato di sostanze inquinanti presenti nei laboratori per tre volte superiori alla norma: “L'accertamento di mercurio del sottosuolo – spiega l'avvocato Santi Terranova – effettuato da tre periti di Torino in un unico campione prelevato è circa 2 volte superiore ai valori normali. Quel sito era saturo di mercurio e questo ha indotto il pm a ritenere la possibilità che altri decessi in laboratori attigui a quelli di farmacia possano essere stati indotti da questa situazione di inquinamento”.

Poi ci sono i numeri, i dati scientifici, altre drammatiche testimonianze durante il caldo pomeriggio di ieri. Ma quello che resta è la volontà di giustizia. Restano le parole, ferme e decise di una madre che vuole la verità: “Non volevo credere – dice Maria Lopes – che una istituzione storica come l'Università avesse potuto trascurare a tal punto la sicurezza, pensavo fosse una invenzione dei giornalisti a caccia dello scandalo. Ma ora dico, come mai tanto silenzio?”.


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