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La legge del silenzio in casa Riina

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di VITTORIO MONTI Le tagliatelle alla Totò Riina? Niente male. Piccanti, overdose di peperoncino rosso che brucia la gola. Il proprietario del ristorante "Leon d' oro" è soddisfatto del piatto appena inventato. Roba per palati forti, come tante storie di mafia. Per antipasto, crostini alla Provenzano. In un angolo c' è il pianoforte: basta che non comincino a suonare il "Padrino". E' l' ora di pranzo anche per la famiglia del superboss. Chissà cosa pensa di certi menu. Corleone si mette a tavola per santificare la festa. Sembra una domenica come le altre. Gente alla santa Messa, gente in piazza, gente al bar. Davanti al caffè Excelsior fa salotto
Gaetano Riina, conosciuto da tutti come il fratello. In giacchetta piuttosto striminzita, largo sulle gambe. Taglia bassa, come Totò detto appunto "' u curtu". Però lo vedono tutti, più che se fosse alto due metri e passa. In diversi gli danno la mano. Un giovanotto lo bacia e abbraccia. Lo bacia sulle guance. Per via dell' altezza, sembra inginocchiato. Quando è l' ora, Gaetano Riina fila verso casa. Trovarsi un cronista fra i piedi è quasi sempre una gran scocciatura. Figuriamoci quando si ha fretta. Potrebbe accettare solo una persona molto incline alle chiacchiere. Invece i Riina sono più portati per i fatti. Almeno una parola, non potrebbe? Il signor Gaetano fa un gesto con la mano. Esistono persone che hanno il bene di farsi capire anche stando zitte. Gaetano Riina è una di queste. Ha fretta di mettersi a tavola, con tutta la famiglia. Dovrà raccontare cosa dicono in paese. Se ne dicono proprio tante.

Forse a Ninetta Bagarella, la moglie del capo storico di Cosa nostra, interessa sapere come l'hanno presa i concittadini, la faccenda del suo ritorno. Peccato che non voglia vedere un giornalista nemmeno in fotografia. Dal suo appartamento buttano acqua in testa agli aspiranti all' intervista. Bisogna ammettere che altrove sono stati usati modi peggiori. Alla signora Ninetta si poteva dare una buona notizia. Nessuno ce l' ha con i suoi figli, per la questione del padre. Sta pensando di mandarli presto a scuola, assieme agli altri? "Possono venire quando vogliono", rassicurano molti studenti. "Basta che siano loro ad adeguarsi a noi, che siamo decisi contro la mafia". Per adesso i quattro ragazzi Riina escono di casa col contagocce. Maria Concetta ha diciannove anni, Giovanni diciassette, Giuseppe sedici. La più piccola è Lucia, dodici anni. Un fotografo è stato in appostamento giorno e notte, infine li ha inquadrati nel teleobiettivo. Viene a prenderli una cuginetta. Restano fuori pochissimo. Un detective ha commentato: "Finora sono sempre stati dei fantasmi". Il caso gioca con ironie beffarde: nel teatrino parrocchiale, ieri pomeriggio, è andato in scena "Questi fantasmi".

Corleone, per la mafia, era come Predappio per il fascismo. Qualche anno fa, giorno di Carnevale, alcuni giovanotti si misero in maschera con coppola, stivali e lupara a tracolla. Adesso qualcosa sta cambiando. Basta restare sulla piazza centrale, per rendersi conto. Verso mezzogiorno arriva Dino Paternostro, ex Pds, con Cosmo Di Carlo e alcuni amici. Porta un banchetto e un manifesto, firmato dal "Comitato per lo scioglimento del consiglio comunale". "Temiamo infiltrazioni della mafia", spiega Paternostro. Chiede firme di adesione. Firmeranno? Non firmeranno? La gente va su e giù , davanti alle palme della villa comunale e sotto quest' insegna pubblicitaria: "Amaro don Corleone". E qualcuno, finalmente, firma. Poi altri, tanti altri. Un giovane mette nome e cognome ben chiari, in stampatello. "Non hai paura?". Una ventata di luce gli esce dagli occhi: "Sì ". Altri ragazzi stanno attorno. Si accalorano, perché Corleone oggi non merita di essere dipinta dalle cronache come ai tempi di Navarra e Liggio. "Dei miei amici di Monza - racconta Clara - sono convinti che qui ogni sera si spara per le strade, tipo Sarajevo". Markus Salemi, un aderente alla Rete, ha lavorato da infermiere al Pio Albergo Trivulzio di Milano, sotto Mario Chiesa: "Non ne potevo più . Appena imparavano che venivo da Corleone, mi prendevano in giro: "Sarai nipote di Luciano Liggio".

Anche il sindaco Giuseppe Speranza, socialista, ha qualcosa da dire. "Se moglie e figli di Riina non tornavano qui era meglio. Comunque, al 99,99 per cento gli abitanti di Corleone non sono mafiosi". Cioè uno su diecimila abitanti. Poiché la popolazione è di dodicimila persone, i mafiosi sarebbero solo due, arrotondando con moltissimo eccesso. Il signor sindaco è un super ottimista, oppure come dice il cognome, coltiva la speranza.


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