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Chi nasce Ciancimino
può morire Borsellino?


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Non vogliamo sfiorare con l'ombra nemmeno per sbaglio la luce intensa di una persona come Paolo Borsellino e la fede amorevole della sua famiglia. Ogni paragone diretto di nomi è improponibile. Ma il gioco del titolo su due cognomi tanto lontani serve a semplificare la questione di fondo. E' possibile partire dalle tenebre e giungere al chiarore? E' possibile nascere come è nato Massimo Ciancimino, in una sorda prassi di malaffare, da un padre che era anche e soprattutto un uomo iniquo, e incamminarsi fino a scoprire il piacere della legalità, del servizio presso tutto ciò che stimolava l'odio paterno? E' la vera domanda psicologica e nascosta di questa storia. Il resto degli interrogativi - perfino la punteggiatura della presunta trattativa - vale di meno nel cuore profondo dei siciliani.

Il cuore profondo dei siciliani ha assistito con interesse talvolta malcelato alla parabola del figlio di don Vito, perché sapeva che la fine del gioco avrebbe rivelato molto, soprattutto riguardo al rapporto che ognuno di noi sperimenta col mafioso che ha dentro di sé. Il mafioso che ci portiamo addosso intrattiene con la nostra coscienza legami dal colorito diverso. Per alcuni è il signore spietato dei gesti e dei pensieri. Altri sviluppano immediatamente un vaccino che li condurrà per sempre sul lato opposto della barricata. In mezzo ci sono appunto i siciliani di mezzo: che vanno alle fiaccolate per Falcone e perseguono il favore, che leggono i libri su Borsellino, ma nei visceri provano certi inconfessabili pruriti alla Totò Riina. E' una creta psicologica generata dagli accadimenti e dal contesto. E davvero si deve scalzare. Ma ci vorranno tempo e sudore.

Per noi siciliani la vicenda cianciminiana rappresenta il crocevia di mutevoli e rilevantissimi significati. Un figliol prodigo al contrario che manda al diavolo il padre col suo vitello grasso e si avventura per sentieri diversi e impervi. Almeno, l'abbiamo narrata e sentita narrare così. Risibili appena appena le motivazioni. Qualcuno ha creduto che fosse sincera passione, altri più propensi alla convenienza. Ora, la favola - in una fantasmagoria di candelotti bagnati, lacrime, sbarre di prigione e accuse - ha assunto un tono alternativo. E dunque la divisione: ci sono coloro che continuano a credere in Massimo e quelli de "l'avevo detto io". Antropologicamente è una cesura che conosciamo tra chi coltiva il meglio anche quando confina con la stoltezza e chi innaffia il peggio anche quando si nutre di bugie.

Resta la domanda che riempie il titolo. Si può nascere tondi e morire quadrati? Gli illuministi apporranno un segno sotto la casella col sì. Il nostro cuore con la coppola dirà sempre no. Siamo inconfessati e abulici nemici della speranza che ci invita a rimboccarci le maniche e a fare i conti con noi stessi. Non ammetteremo mai la verità che ci opprime: la nostra irredimibile patria, in fondo,  ci piace com'è.


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