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Dalla scuola allo spaccio. Il reportage

L'ultima estate dei bambini dello Zen


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C’è una palizzata minuta a segnare il confine. Tutto quello che è di qua appartiene alla scuola. Tutto quello che è di là appartiene allo Zen. Il preside Domenico Di Fatta, dell’istituto “Falcone”, è lo sceriffo gentile che amministra la cittadella asserragliata dallo scempio e dall’illegalità. Le sue aule sono state vandalizzate e ferite. Sono diventate un caso celebre. Il professor Di Fatta sta sempre al suo posto. Dal centro del giardino con la pista d’atletica guarda lontano. Forse cerca segnali di fumo, o vorrebbe l’irruzione del Settimo Cavalleggeri. “Ecco, vede – spiega da sapiente geografo dei luoghi e delle anime – oltre lo steccato siamo già in via Costante Girardengo, una delle vie principali dello spaccio”.

Siamo tornati allo Zen per vedere se somiglia al ricordo che ne conserviamo. Un reticolo di strade e di corpi ammassati. Persone e destini imprigionati in una cella senza sbarre. Più che un quartiere, un penitenziario concepito da una mente fervida d’aguzzino. Tutto si apre per poi richiudersi a scatto. Tutto ti caccia dentro un vicolo cieco, da cui non si sfugge. E mentre giri in macchina, atteggiando i muscoli facciali alla finzione, sperando che ti scambino per “unu ru Zen”, li vedi. Scorgi gli abitanti, i residenti della pena che parlano ad alta voce o impennano col motorino. Ci sono anche i bambini e le ragazze. Hanno espressioni di desolazione. Gli uomini vestono da ribaldi. E’ una maschera necessaria che può riflettere la sostanza nel covo del malaffare e della mafia.

Eppure allo Zen ci sono pure persone buone, delicate ed eroiche. C’è Fortunato che ha perso Salvuccio, suo figlio, in un incidente stradale. Ha sopportato lo strazio con dignità. E quando è stata emessa una sentenza che non l’ha soddisfatto, ha inondato le strade con volantini e manifesti: una protesta civile. E c’era una volontaria che decise di trasferirsi perché quando scoprivano dove stava di casa le negavano il lavoro. E ci sono cherubini con le ali legate, sconfitti dalla cronaca nera e dal pregiudizio. E c’era Renzo che suonava il pianoforte da Dio, prima di perdersi. Ogni storia qui è luce seguita dalle tenebre.

Il preside Domenico Di Fatta è stanco. Fa la conta dei danni recenti. Quando entrano, non rubano. Rompono. Siamo già a una ventina di raid complessivi. “Il vetro infranto del più recente non è stato nemmeno riparato – sospira -. Distruggono per riaffermare un possesso, per dirci che i ragazzini sono cosa loro, non nostra. Tra la quinta elementare e la prima media avviene la metamorfosi”. La metamorfosi? “Sì. Sono piccoli, ma vengono già avviati allo spaccio, durante le vacanze. I nostri alunni tornano dopo l’estate, cambiati. Non li riconosciamo più. Hanno perso l’essenziale”. Grazie alla generosità di alcuni privati tra cui Maurizio Zamparini, Di Fatta ha riunito giocosi stratagemmi per attirare l’infanzia e l’adolescenza in balia degli orchi. C’è la pista atletica, c’è il campo di calcio. “I ragazzi del quartiere hanno il permesso di scavalcare di pomeriggio, quando la scuola è chiusa. Giocano e lasciano tutto in ordine”. Ed è un magnifico correre dietro il pallone, grazie alla minuscola trasgressione permessa dal saggio preside. La scuola protegge. Offre ai bambini l’incanto della loro età. Quando scende la sera tornano a casa. Tornano allo Zen. Hanno diritto a un'ultima estate.

Alla “Falcone, ci sono quelli di “Zona Energie Nuove”, un’associazione impegnata sul territorio senza secondi fini. L’altra sera, Tony, un volontario, è stato malmenato davanti al cancello della scuola. “Stavo affiggendo un lenzuolo con la famosa frase di Peppino Impastato: ‘la mafia è una montagna di merda’, mi hanno affrontato in due”. Il segno è un vistoso cerotto sulla guancia destra. Spiega Gaetano Guarino: “Noi mettiamo una goccia al giorno. Seminiamo. Qualcosa fiorirà”.  All’assemblea convocata a scuola non c’è una faccia dello Zen. Sono tutti forestieri, animati da ottime intenzioni.

La palizzata minuta è una labile frontiera. Le buone speranze di qua. La dura realtà di là. E la seconda sa scavalcare, come i ragazzini, mentre le prime restano confinate nel ghetto del coraggio che non si arrende. Mica avrà paura, preside? La risposta rassicura, il viso è una corda di violino tesa al massimo.

Lo spaccio è la nota  ragione sociale del luogo, nonostante le retate. Né il professor di Fatta, né i suoi bravi angeli custodi di supporto fermeranno la cascata con un dito. Nel meccanismo consolidato della violazione, la scuola è un ostacolo. Aiuta a pensare. Così, la disintegrano.  Gli autoctoni vendono con percentuali che non conoscono crisi. La città nobile compra, scende qui nei suoi rituali droga-tour all’inferno. Si sporca il necessario. Giudica. Maledice lo Zen, mai se stessa.
E le maledizioni sono i sassi di Pollicino smarrito sulla strada verso casa. Il reticolo soffocante di stradine non lascia scampo. Ti perdi. L’uscita è una chimera. L’angoscia prende alla gola. Ecco, infine, l’asfalto che costeggia la chiesa. Ecco la segnaletica. La macchina corre perché ha riconosciuto il filo d'Arianna per uscire dal labirinto. Fuori si respira.  E’ una resurrezione.

(prima puntata)


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