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cuffaro e la condanna della cassazione

Nelle motivazioni della sentenza
c'è anche il ministro Romano


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Tra gli episodi ricordati dalla Cassazione a riprova della contiguità con la mafia dell'ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, la Cassazione ricorda l'episodio dell'inserimento nella lista 'Biancofiore' - di sostegno alla sua candidatura nella corsa elettorale del 2001 - di Giuseppe Acanto, già coinvolto in grosse truffe finanziarie, e "intimo collaboratore" della famiglia mafiosa di Villabate, vicinissima al capo dei capi di cosa nostra Bernardo Provenzano, e del boss Antonino Mandalà.

Acanto - sottolinea "per completezza di esposizione" la Cassazione - è "il primo dei non eletti subentrato al Parlamento regionale siciliano a seguito della decadenza del Borzacchelli" (una delle talpe della Dda). La Cassazione spiega che fu il collaboratore di giustizia Francesco Campanella ad incontrare Saverio Romano, l'attuale ministro delle politiche agricole, all'epoca "competente per la formazione della lista", per chiedergli - appunto - l'inserimento di Acanto. Romano - prosegue la Cassazione citando la Corte di Appello di Palermo - "aveva immediatamente assicurato l'inserimento di detto soggetto tra i candidati chiedendogli di fargli avere al più presto i documenti e mandandogli i saluti per Mandalà Antonino stesso".

Cuffaro, ricorda ancora la Suprema Corte citando la sentenza di primo grado, ha ammesso di "aver discusso della candidatura dell'Acanto dopo che la stessa era stata avallata da Saverio Romano, responsabile del partito per la formazione delle liste". Alle elezioni, con la lista 'Biancofiore' venne eletto al 'parlamento' siciliano, come aveva previsto e voluto lo stesso Cuffaro, solo il maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli (con circa quattromila preferenze) - l'uomo, il "traditore", che informava l'ex governatore delle inchieste su mafia e politica - e ad Acanto (che prese circa duemila voti) su sollecitazione dei Mandalà venne dato un posto di "sottogoverno", con la nomina a liquidatore di due cooperative.

La vicenda è così sintetizzata dai supremi giudici: "il Cuffaro, pur consapevole, come si è più volte evidenziato, della caratura mafiosa dei Mandalà (Antonino e Nicola) e pur conoscendo che l'Acanto era stato sostenuto elettoralmente da tale famiglia (che si era impegnata in ogni modo con finanziamenti, stampa, distribuzione di fac-simili elettorali, ecc), aveva conferito all'Acanto un incarico".


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