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La polemica

Miceli e il contratto con Villa Serena
La protesta: nomina inopportuna


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Torna alla ribalta il nome di Domenico Miceli, il medico condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il suo contratto di collaborazione firmato con la casa di cura privata Villa Serena di Palermo è stato infatti revocato per la protesta dei soci di minoranza della clinica.

L’ex assessore alla Salute del Comune di Palermo, che faceva da tramite fra il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e Totò Cuffaro, figura-chiave nel procedimento giudiziario che ha portato in carcere l’ex governatore siciliano, è tutt’ora in attesa di un nuovo processo in Appello non per stabilire eventuali responsabilità, tutte confermate in Cassazione, ma per permettere ai giudici di decidere se considerare o meno alcune attenuanti generiche, con la facoltà di incidere solo sulla durata di una condanna pari oggi a sei anni e mezzo.

La sua assunzione era stata decisa dall’avvocato Marco Zummo, presidente della struttura sanitaria e probiviro di Confindustria Palermo, da tempo impegnata nell’espulsione dei commercianti che non denunciano il racket, e da Carla Pagano, direttore principale e guida della maggioranza. Una circostanza che ha mandato su tutte le furie i soci di minoranza che detengono il 47% delle quote azionarie che hanno ottenuto così la revoca del contratto. A guidare la protesta è stata l’avvocato Mimma Tamburello, storico legale antimafia, la cui famiglia da anni è socio della clinica. Costituitasi parte civile nelle stragi del 1992, per i sopravvissuti alla strage di Capaci e nel processo nel processo per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, la Tamburello, amica personale dei Falcone, e autrice, insieme a Riccardo Castagneri, del libro “Oltre le stragi”, parla “di un vero e proprio colpo di mano”.

Miceli, nonostante il provvedimento di sospensione del 29 marzo (mai portato però a conoscenza del professionista), ha operato a Villa Serena fino al 15 aprile. Circostanza che ha acuito l’aspro scontro fra maggioranza e minoranza che va avanti dagli anni Ottanta, cioè da quando la mafia provò a mettere le mani sulla sanità privata siciliana e fece ritrovare la testa mozzata di un cane proprio davanti a Villa Serena .

La cordata guidata dall'avvocato Tamburello non solo ha contestato l’opportunità del contratto con un professionista condannato per i rapporti con Cosa nostra (e secondo alcune voci anche in procinto di essere espulso dall’Ordine dei medici per richiesta dell’assessorato regionale alla Salute), ma anche le modalità dell’accordo di accreditamento nel quale non erano stati inseriti riferimenti alla vicenda giudiziaria (come per esempio condizione sospensiva o risolutiva espressa, clausola di condotta etica o simili), “mettendo di fatto la società in una condizione di debolezza nei confronti del professionista, il quale potrebbe opporsi alla risoluzione del contratto in quanto non legata all’espletamento della sua attività professionale”, come si legge in una lettera inviata il 5 aprile dai soci di minoranza ai vertici di Villa Serena.

“A nulla vale la circostanza – continua la missiva - che le motivazioni della sentenza di rinvio della Cassazione non fossero conosciute, in quanto prima di tutto non si era in presenza di un annullamento pieno della sentenza ed in ogni caso sarebbe stato necessario attendere il deposito delle motivazioni stesse, deposito che è avvenuto solo circa quindici giorni dopo la firma (del tutto avventata ed irresponsabile) del contratto”.


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