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parla salad, il marito della donna

"Asho è fuggita dall'ospedale,
non so nulla di dove sia"


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asho, fuga, lampedusa, Cronaca
È scappata dall'ospedale e il marito non sa dove si trovi. Asho è una dei 53 superstiti del naufragio che ha colpito il barcone partito dalla Libia e inghiottito dalle onde pochi giorni fa. La giovane supersite, all'ottavo mese di gravidanza, è stata trasportata in elisoccorso al Cervello di Palermo assieme a suo marito, entrambi somali. Qui ha raccontato ai giornalisti che voleva andare via, in Svezia. Forse proprio laggiù vorrebbe partorire il suo bambino. Ieri la notizia della sua fuga, con un vestito bianco a fiori blu e un fazzoletto in testa.

Così ha detto di averla vista andare via una donna ricoverata nella sua stessa stanza in ginecologia. "Aveva chiesto di passeggiare in corridoio poco prima di misurare i battiti del bambino" dice la donna, in un palermitano stretto. Stando al racconto della compagna di stanza, Asho sarebbe andata via dall'ospedale con un'altra ragazza somala, attorno alle undici di ieri. Ma se dall'ospedale dicono che "i pazienti non sono in un carcere, la donna ha deciso di andarsene", ilventisettenne marito Salad, ha iniziato da subito a cercarla. Non l'ha più vista da quando ha lasciato l'ospedale dove aveva passato la prima notte in astanteria. Poi Salad ha trovato alloggio al centro Astalli per i migranti, un cuore pulsante nascosto tra le vie di Ballarò.

Giovanni, un operatore che si occupa di accoglienza al centro Astalli, non ha parlato molto con lui, che mastica solo un po' di inglese. Non aveva modo di portarlo dalla moglie in ospedale, così Giovanni ha deciso di accompagnare Salad in un piccolo centro dove la comunità somala si ritrova, in uno dei tanti vicoli che si diramano da via Maqueda. Giovanni racconta di aver visto le lacrime e la disperazione di una donna, sorella di uno dei compagni del tragico viaggio di Salad.

"Sono bastate due battute - raccontata -. Le ha detto che suo fratello era morto nel naufragio. Poi le urla. Una casualità incredibile". Salad ha saputo poco dopo della fuga della moglie, dettata forse dalla preoccupazione per il suo status, (nonostante potesse rimanere con tranquillità sul territorio italiano come rifugiata), forse ansiosa di rivedere il marito. Salad voleva andare a cercarla, non si sa bene dove, in giro per Palermo. Sono state le parole di un'altra ragazza somala, dai lineamenti delicati, a fermarlo: "Io sono stata accolta, si sono presi cura di me. Ma poi mi sono ritrovata in mezzo alla strada. Non ti preoccupare, lasciala andare via, lasciala andare dove è meglio".

Quando Salad arriva nella sala del centro d'accoglienza, dove lo aspettano alcuni cronisti, si guarda intorno, nervoso, spaesato. "Addosso ha ancora le scarpe che a Lampedusa vengono offerti ai migranti" osserva una fotografa che per la piccola isola è partita qualche settimana fa.

"Non so niente di mia moglie, ho provato a cercarla ma non so dove sia" traduce un ragazzo tunisino. Alla richiesta di raccontare del naufragio, sono seguiti gesti e parole che fanno intendere di aver ingerito molta acqua. E' stato proprio lui a salvare sua moglie, ripescandola dal mare in cui era destinata ad affondare e trascinandola per i capelli.


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