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L'operazione "Grande Vallone"

Boss e termovalorizzatori
Di Gati parla: scatta il blitz


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arresti, di gati, grande vallone, mafia
Il grande business, ancora una volta. La mafia aveva messo gli occhi sul termovalorizzatore di Casteltermini, ma anche su una fitta rete di altre opere medie e grandi in provincia di Agrigento: a rivelarlo agli investigatori è stato il collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati (nella foto), che ha parlato con gli inquirenti degli interessi economici e politici di Cosa nostra. Sulla base delle affermazioni del capomafia di Racalmuto e di alcune intercettazioni i carabinieri del Ros e del comando provinciale di Caltanissetta, hanno eseguito 28 ordinanze di custodia cautelare per reati che vanno dall'associazione mafiosa all'intestazione fittizia di beni e alla frode informatica. Con l'operazione, disposta dal giudice per le indagini preliminari Lirio Conti su richiesta dell'aggiunto Amedeo Bertone e del sostituto Stefano Luciani, è scattato anche il sequestro di sette società e dei loro beni aziendali, per un valore che i carabinieri stimano in oltre 5 milioni di euro.

L'interesse della mafia si estendeva nelle province di Agrigento e Palermo, ma trovava un punto di riferimento nella Cosa nostra nissena. Dalla provincia di Caltanissetta, ma passando per di Gati, sarebbero stati puntati gli occhi sugli affari: i carabinieri ritengono di aver individuato l'interesse di Cosa nostra nella realizzazione di alcuni parchi eolici nel territorio di Vicari, in provincia di Palermo, nelle opere connesse alla velocizzazione della linea ferroviaria Palermo-Agrigento, nella realizzazione dell'ascensore per accedere al Monte San Paolino di Sutera (in provincia di Agrigento), in uno stabilimento per la produzione di pannelli fotovoltaici e, per l'appunto, del termovalorizzatore di Casteltermini. Il nodo degli affari era Giuseppe Modica: era la sua ditta a fornire il calcestruzzo per tutte le opere, tanto che gli investigatori si spingono a definirlo “l'assessore ai Lavori pubblici di Cosa nostra”.

Ma c'è di più: ancora stando alle dichiarazioni di Di Gati, la mafia avrebbe promesso un sostegno elettorale a Totò Cuffaro. Uno scambio: sostegno elettorale in cambio di affari. Secondo Di Gati, infatti, Cuffaro si sarebbe detto disponibile a incontrare i boss una domenica mattina “dopo le elezioni” (del 2001, ndr). La linea di comunicazione che portava da Di Gati a Cuffaro era particolarmente articolata: il gancio dell'allora capomafia era Leo Sutera, di Sambuca di Sicilia, che avrebbe contattato il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro oppure il medico ed ex assessore Mimmo Miceli prima di arrivare a  Cuffaro.

Dal livello più alto a quello più basso, la mafia permeava tutta l'economia. Carmelo Allegro, un altro degli arrestati, avrebbe esercitato pressioni sul mercato ortofrutticolo attraverso l'azienda intestata alla moglie Carmela Ricotta, mentre Rosario, suo fratello, avrebbe imposto la fornitura di videopoker in tutta la zona. Videopoker che, ovviamente, avevano il trucco: attraverso l'uso di schede elettroniche clonate, le macchinette mangiasoldi erano scollegate dalla rete informatica dei Monopoli di Stato. Cioè prive di controllo.

Affari, ma non solo. Nell'operazione ci sono anche le nuove dinamiche della famiglia. Negli ultimi tempi secondo gli investigatori, infatti, il bastone del comando sarebbe passato nelle mani di Giuseppe Modica e del fratello, Angelo Calogero, che avrebbero così scalzato i vertici storici. Legami di sangue ad altà concentrazione di “nobiltà mafiosa”: il reggente scalzato, infatti, sarebbe Alfredo Schillaci, designato alla guida della famiglia dal fratello Angelo, che gli investigatori dipingono come ex rappresentante provinciale di Cosa nostra a Caltanissetta.

Nuovi assetti a Campofranco, nuovi assetti a Mussomeli. Nell'operazione viene dipinto anche il nuovo organigramma del mandamento, con Nicolò Falcone e Angelo Lo Sardo rispettivamente a capo delle famiglie di Montedoro e Bompensiere, ma anche, per l'appunto, una rinnovata attività di Carmelo e Rosario Allegro, che dopo essere finiti in carcere nell'operazione Leopardo e avere scontato la pena sarebbero tornati in pista grazie a una rete di prestanome.


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