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"Il racconto della trattativa
tra Stato e Cosa Nostra"


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mafia, sasinini, strage capaci, trattativa
(di Nicola Biondo, da L'Unità)

Ennesimo pezzo mancante che riaffiora, un appunto manoscritto inedito dal contenuto clamoroso. Conferma l’esistenza della trattativa Stato-Mafia, sostiene che “il patto” fu stipulato a favore di “un futuro governo” e allarga la geografia fin qui conosciuta dei contatti avvenuti tra lo Stato e Cosa nostra all’indomani della strage di Capaci. Una storia di spie e segreti di stato. Un patto con la mafia per un futuro governo.

“Ev. Trattativa”. E’ l’incipit del manoscritto – una sorta di titolo - dove Ev sta per evenienza cioè da tenere a mente. A scrivere è un giornalista, Guglielmo Sasinini, oggi sotto processo per lo scandalo Telecom. Il manoscritto fa parte di un block-notes sequestrato dalla procura di Milano il 18 gennaio 2007. “Berlusconi – scrive Sasinini - dice alleiamoci contro Caselli [Giancarlo Caselli fino al ‘99 Procuratore a Palermo] e la sinistra che rompono i coglioni a me e a te”. A chi il presidente del Consiglio avrebbe fatto questa “proposta” e perché “colpire” la Procura di Palermo? La risposta si trova verosimilmente nel prosieguo della nota.

“Mori [generale dei carabinieri] incontra Ciancimino a Roma in Piazza di Spagna e gli chiede di avere un contatto con C. Nostra. Pare che Ciancimino parli con Brusca e Brusca gli consegna il "papello"- 41bis, cioè gli accordi per la trattativa con il futuro governo”. E’ una lettura top secret della trattativa e ricalca l’ipotesi investigativa odierna della Procura di Palermo secondo cui Mori avrebbe trattato con la mafia tramite Ciancimino, venendo a conoscenza delle “regole” dell’accordo cioè del Papello. Accusa che il generale rigetta ma per la quale è indagato dallo scorso anno. La nota si conclude così: “Pare che vari pentiti (forse anche Brusca) dicono che la trattativa Mori-mafia era stata fatta per conto del futuro governo Berlusconi”. Una frase che consente di datare il report tra il 1996 – quando Brusca diventa collaboratore – e il settembre 1999 quando Caselli lascia la Procura di Palermo. La datazione spiega anche perché Berlusconi avrebbe voluto colpire Caselli: in quegli anni infatti il fondatore di Forza Italia era sotto inchiesta per mafia a Palermo e Firenze. Riassumendo: c'è un giornalista che conosce aspetti occulti della trattativa Stato-mafia e sa che venne messa in piedi guardando avanti, per favorire “un futuro governo”. Ma come faceva Sasinini a conoscere aspetti della trattativa emersi solo un decennio più tardi? La risposta forse va ricercata nei suoi rapporti con tre uomini chiave del biennio di fuoco ’92-’93. Sono Mario Mori, l’ufficiale che nell’estate del ’92 incontra Ciancimino, il numero due delle carceri Francesco Di Maggio e lo 007 Umberto Bonaventura.

Collaboratore di Famiglia Cristiana e Narcomafie e poi di Libero, Sasinini dall’inizio degli anni 2000 lavora per Giuliano Tavaroli, ex capo della security Telecom, ad una rete di spionaggio. “Per me –dice Tavaroli - era la persona di riferimento con il Sisde perché molto legato a Mori”. Un rapporto così stretto quello con il generale da permettere al giornalista di seguire in diretta la cattura di Totò Riina. “Conoscevo bene quel gruppo di guerrieri – rivela Sasinini nel 2008 sulle colonne di Libero - e condivisi molte giornate con loro e soprattutto con Mario Mori, in particolare l’estenuante attesa della vigilia quando ‘il pacco’ stava per essere consegnato”. Ma l’ultimo segreto del manoscritto riguarda il riferimento al 41bis ritenuto un punto qualificante dell’accordo.

I misteri del 41bis
La procura di Palermo ha recentemente recuperato un documento che getta una luce sinistra sulla decisione del ministro Conso di non rinnovare il carcere duro a oltre trecento mafiosi nel novembre del 1993. E’ un vecchio verbale di interrogatorio dell’ispettore della polizia penitenziaria Nicola Cristella che illumina il mondo delle frequentazioni di Francesco Di Maggio, il numero due dell’amministrazione penitenziaria tra il 1993 e il 1995. Anche qui compaiono Guglielmo Sasinini e Mario Mori insieme ad un importante 007, il colonnello Umberto Bonaventura. Con loro Di Maggio – secondo Cristella - era solito cenare quasi tutte le sere nell’estate delle bombe del ’93. E’ uno spaccato importante, perché sulla figura di Di Maggio oggi si appuntano due interrogativi degli inquirenti. Il primo: come è possibile – si sostiene - che Di Maggio ritenuto un “duro” decisamente a favore del 41bis, non abbia mai sollevato alcuna obiezione sulla decisione del ministro Conso di togliere dai circuiti speciali centinaia di mafiosi? Il secondo: ci fu qualcuno che convinse Conso ad agire in quel modo, bypassando il parere negativo della Procura di Palermo?

Canali di collegamento
Il sospetto degli inquirenti è che vi fosse un canale di collegamento tra mafia e Stato nell’estate delle stragi del ’93. Una possibilità che Conso non esclude. “A me non risulta che ci fossero dei mediatori – ha detto l’ex-ministro lo scorso 15 febbraio al processo per la strage dei Georgofili - ma certo non posso escludere che fra due funzionari, magari una sera a cena, si possa aver detto ‘facciamo un ponte”. Il riferimento pare proprio agli incontri serali del vice-capo del DAP Di Maggio che – particolare non irrilevante - per primo intuì la ratio della strategia terroristico-mafiosa: “Dentro Cosa nostra – disse a caldo dopo gli attentati del luglio ‘93 - si è creata qualche aspettativa che è andata delusa”. “Ma se Di Maggio – sostengono oggi gli inquirenti – aveva contezza della strategia mafiosa perché non si oppose alla scelta di Conso?”.

Rapporti border-line

Si ritorna quindi a quelle cene tra Di Maggio, Mori e un pezzo da novanta dei servizi come Bonaventura, a cui spesso partecipavano anche alcuni giornalisti, tra cui proprio Sasinini, con il compito di propagandare sul 41bis una “durezza” che si sgretolò nel novembre del ‘93. A sorprendere oggi gli investigatori sono i contatti informativi di cui potevano godere Bonaventura e Di Maggio. L’ufficiale dei carabinieri – che secondo alcuni avrebbe il curriculum perfetto per incarnare la mitologica figura del signor Franco, l’uomo dei servizi in contatto con Vito Ciancimino – aveva fin dagli anni settanta una fonte informativa vicinissima a Binu Provenzano, un mafioso siciliano emigrato in Germania da cui riceveva preziose indicazioni. Ma anche il prefetto Di Maggio intratteneva rapporti border-line. Uno in particolare con un imprenditore messinese, Rosario Cattafi, che le indagini dipingono come trait d’union tra Cosa nostra, servizi segreti e grande imprenditoria. Un rapporto nato – secondo un rapporto della Finanza – sui banchi di scuola e continuato all’ombra di uno strano circolo paramassonico siciliano – Corda Fratres - frequentato da boss e colletti bianchi oltre che dallo stesso Cattafi e dove Di Maggio tenne alcune conferenze. Possibile – si chiedono ancora gli investigatori - che dietro l’unanimità di consensi sul 41bis si nascondeva qualcosa di indicibile, un segreto di stato? Indizi, intrecci inquietanti, forse non prove ma di certo precise indicazioni di come i confini della trattativa tra Stato e mafia vadano rivisti. Ancora troppi giocatori seduti al tavolo verde di quella partita mortale mancano all’appello.


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