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Il reportage e l'addio all'isola

"Lambadusa" e l'ultima sigaretta


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Viva Lambadouza



(DA LAMPEDUSA) Il molo di Lampedusa è la stessa identica latrina dei giorni scorsi. Il lavoro "improbo" , come lo ha definito il presidente del Consiglio, di ripulire la "collina della vergogna" è iniziato ieri; ma bonificare quella zona con due piccoli escavatori dell'esercito, più che "improbo" appare ridicolo. Su quella collina c'è di tutto. Ci sono tende sgarrupate, improvvisate con tutto ciò che gli immigrati hanno raccattato in mezzo alle strade dell'isola: sacchetti e teli portati via dall'accampamento allestito sul molo dalla Croce rossa; assi di legno, vecchie reti di letti e materassi; vestiti sporchi, "lavati" con l'acqua del porto, lasciati ad asciugare al sole. Ci sono carcasse di pesce lasciate ad imputridire accanto a ciò che resta di vecchie braci. L'odore è insopportabile, e i fumi che si levano ancora dalle ceneri toccano lo stomaco.

Ogni passo in quella discarica a cielo aperto è accompagnato dalla stessa identica cantilena ripetuta uguale da tutti i tunisini: "Ehi amigo... sichrett...? Birra, birra...?". Quando fai capire che non hai modo di aiutarli, la loro risposta sorridente è sempre la stessa: "Viva Lambadùsa, viva la Italia, viva la Tunìsia". Devo girare alcune immagini per la Cnn, e qualcuno vedendo la telecamera mi chiede di essere ripreso o fargli una foto. Impossibile non accontentarli. Conoscono solo quelle quattro parole, non sanno dire altro in italiano. Parlano arabo. O francese: una condanna, poter esprimersi e modellare le proprie emozioni e i propri sentimenti, nella lingua di un Paese che se ti becca ti spara addosso.

Superando la collina si arriva alla stazione marittima. Qui sono sistemati una decina di bagni chimici. Per entrare c'è una fila di una trentina di persone. Una fognatura poco distante è saltata allagando un pezzo di strada, ma alcuni di loro camminano ugualmente a piedi scalzi. L'immagine vale da sola le urla, tra il disperato e l'incazzato, lanciate questa mattina dalle organizzazioni umanitarie. Alcuni minuti prima della mia "passeggiata" al molo ho incontrato il direttore generale di Medici senza frontiere, Kostas Moschochoritis, che mi ha parlato di una situazione mai vista prima neanche nei Paesi dell'Africa più profonda.

I tunisini sono ancora a centinaia sul molo. Sono ancora ovunque. Seduto su una bitta, un ragazzo mangia controvoglia la sua razione di riso al pomodoro che accompagna con un panino che sembra gomma piuma. I suoi gesti sono lenti, e il suo sguardo è perso sul pelo dell'acqua nera del porto, piena di bottiglie e piatti di plastica, bidoni, sacchetti gialli. Alza la testa e mi chiede che ore sono. Gli rispondo che non lo so. Gli domando se parla l'italiano o l'inglese, e se sa quando lo imbarcheranno. Ma come per molti altri, la risposta non c'è, perchè non sa parlare né in italiano, né in inglese.

Mi volto, e tutto ciò che in questi tre giorni si è ammassato, tutta la rabbia, l'angoscia, l'impotenza, esplode. La mente passa in rassegna le migliaia di volti anneriti dalla sporcizia e dalla stanchezza; le decine di sigarette domandate; le decine di foto scattate; le centinaia di sguardi neri e lucidi; i sorrisi e gli slogan sulla sospirata libertà. Vorrei dire tante cose a questo ragazzo, ma non posso. Non lo so fare. Ma soprattutto so che se anche lo facessi, non varrebbe a nulla. Vorrei dirgli fratello mio, non me ne frega niente dei centomila perchè della tua vita. Non mi importa quali venti ti abbiano spinto sin qui; tanto forti da accettare il compromesso con la morte, affidando la tua esistenza a quattro assi lerce di una barca dalla rotta senza meta. Non mi importa. Non mi importa, ma ora sei qui. E adesso è dovere di entrambi fare in modo che tu possa continuare il tuo viaggio. Perchè non sei più solo come eri pochi giorni fa in mezzo al mare. Ora siamo in due.
Il ragazzo sul molo smette di mangiare, e dalla tasca prende una sigaretta. Me la porge con un sorriso. La accetto. Non la fumerò mai. Starà con me per sempre.


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